Aiuto mi ha sedotto un robot

Robot, tra speranza e paura: ci daranno la libertà ma rivelano le nostre debolezze

I robot vantano doppi natali. Da un lato sono il prodotto più avanzato e tecnologicamente più sofisticato della manifattura. Dall’altro rappresentano la proiezione delle nostre aspettative più audaci e delle nostre paure più arcane rispetto al destino umano, all’evoluzione di noi stessi. Di fatto però i robot vengono partoriti innanzitutto nella fantasia, nella fantasia di ognuno di noi e non solo degli scrittori e dei registi di science fiction. Solo recentemente hanno iniziato a muovere i loro primi passi nei laboratori degli ingegneri. Non di rado questi ingegneri sono degli accaniti consumatori dei sogni del Doppelgänger, del sosia. Ogni bambina e bambino da adulti possono smettere di creare questi universi fantastici, ma non di identificarsi nelle trame dei romanzi, dei film e dei cartoni. Bene ha fatto l’Economist di qualche anno fa a definire i robot “Migrants from the future”, migranti dal futuro. Ha così condensato in una sola immagine le ansie di fronte a due sfide del nostro tempo: quella tecnologica e quella delle migrazioni e le ha indirizzate verso un comune obiettivo. Il futuro del lavoro sembra infatti essere modificato tanto dall’innovazione tecnologica quanto dallo spostamento di persone da un luogo all’altro del pianeta. Per entrambe queste sfide occorre mobilizzare maggiori risorse semiotiche per comprendere il non ancora presente senza perdere la fiducia che anche il futuro, più tecnologico e più cosmopolitico, possa conservare le fattezze umane e non uscire sfigurato dal confronto con questi elementi di novità che appaiono spiazzanti.

La ricaduta di questa complessa genealogia dei robot è la valenza ambigua del legame che noi umani istituiamo con loro. Insomma non ci dobbiamo tanto sorprendere, se li amiamo e li temiamo allo stesso tempo.

I robot suscitano in noi speranza perché promettono di aiutare, liberandoci non solo dai compiti pericolosi, ripetitivi e sgradevoli, ma addirittura di migliorarci. Il potenziamento (Enhancement) pare assottigliare le differenze tra umano e macchinico. Quando per esempio gli ausilii vengono incorporati il legame diventa così intimo che i confini sfumano. A questo punto le macchine perdono il loro statuto di cose, di oggetti e parassitariamente diventano parte di noi assumendo esse stesse carattere umano.

I robot suscitano in noi paura perché i processi di smaterializzazione che senza soluzione di continuità accompagnano l’evoluzione dell’intelligenza artificiale portano a compimento un processo di differenziazione e di incomunicabilità tra l’uomo necessariamente/contingentemente vincolato alla sua forma biologica corporea e fisica e la macchina liberata da tale fardello e perciò capace di librarsi in una dimensione di ulteriorità. Conosciamo bene tali narrazioni perché fanno parte della cultura occidentale. Platone nel Fedone ne è un esempio. Nell’argomento di Socrate notoriamente il corpo è un carcere per l’anima, da cui solo la morte può liberarla. Anche lo “spazio tra le parole”, ripreso dai libri della saggezza ebraica, rimanda a quella dimensione né spazialmente né temporalmente connotata dove le intelligenze non corporee si intrattengono con piaceri intellettuali sconosciuti a noi poveri esseri mortali e caduchi. Spaventosi e rassicuranti sono i poli del vissuto da cui non possiamo liberarci per nostra iniziativa ma che anzi coltiviamo anche, in una certa misura, perché se tali sentimenti certamente ci aiutano nell’orientamento del mondo ci danno però anche la possibilità di vivere nella pluralità delle possibilità che l’esistenza concreta ci nega, dove vale piuttosto il principio di individuazione.

E ogni determinazione è negazione di un’altra.


[Numero: 126]