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La sindrome Javert, il giustiziere in buona fede

Chissà perché? Javert non ha un nome. O meglio, ha soltanto una carica e un cognome: ispettore Javert. Eppure non è uno che passa di lì, è uno che per un migliaio di pagine, nei Miserabili di Victor Hugo, dà la caccia a Jean Valjean; senza di lui il romanzo, uno dei grandi capolavori dell’Ottocento, non starebbe in piedi. In quel po’ di manicheismo che Hugo si concede, Jean Valjean è il buono, Javert è il cattivo, ma in un ribaltamento classico, poiché Jean Valjean è uno con un casellario giudiziale da brividi, ha preso un’identità falsa per far carriera nell’amministrazione pubblica, ha sequestrato una ragazzina, è un evaso, s’è issato sulle barricate della sedizione, e ha fatto tutto a fin di bene. È la pura incarnazione del bene. È l’eterna replica di Antigone, stavolta esasperata. Nondimeno le regole dell’Antimafia di Rosi Bindi oggi farebbero fuori Jean Valjean, e più rapidamente, con più efficacia, succederebbe con le conseguenze della norma Severino.

Javert al contrario è irriducibile uomo di legge, l’incommensurabile rigore che applica agli altri lo applica anzitutto a se stesso, ha fatto coincidere la legge con la morale, di modo da non avere rischio di inciampo. Non ha nome, la sua personalità si è applicata a un codice, è rivestita di una divisa. Poi succede che Jean Valjean gli salva la pelle, e così, gratis, senza nessun tornaconto, anzi con l’effetto di tenere in vita il suo infinito persecutore. Come è possibile una simile moralità disgiunta della legalità? Su che diavolo di presupposti ha basato la sua vita Javert, naturalmente in buona fede, nella più irrimediabile buona fede? Javert lascerà libero Jean Valjean, e si ucciderà, perduta l’illusione – così moderna, ma oggi così elastica – su cui aveva fondato sé, ovvero che l’animo umano sia misurabile per giurisprudenza.


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