TEMPI MODERNI

L’abito- casa di Dior

antonella amapane
inviata a parigi
| 02 luglio 2019
AP

Articolo dell’edizione digitale
A Maria Grazia Chiuri la Legion d’honneur. Un texano da Schiaparelli
Alta Moda a Parigi

Si commuove alle lacrime Maria Grazia Chiuri quando il ministro delle pari opportunità, Marlene Schiappa, le consegna la Legion d’honneur per il suo impegno a favore delle donne. La cerimonia avviene nella sede di Dior, dove la stilista lavora. Tra i presenti ad applaudirla oltre alla sua famiglia c’è il «maestro», Valentino. Lei ringrazia tutti. E lancia un messaggio alle nuove generazioni «seguite il vostro istinto». Poco prima dietro le quinte Chiuri confidava: «E’ un un riconoscimento che mai avrei pensato di ricevere in un Paese dove la moda e la cultura hanno un valore così importante, tanto che io a volte mi sento impreparata».

E sono poche le donne (in più un’italiana) che hanno questo onore. «Un po’ perché tradizionalmente siamo portate a condividere più che a comandare. Su come gestire il potere ci stiamo lavorando tutte. Per ora queste posizioni costano molta fatica e solitudine. Non ci riconoscono mai il genio creativo, quello è sempre maschile». Attenta, curiosa, piena di energia il direttore creativo di Dior femme sui cliché ha una sua idea: «Viviamo un momento in cui gli stereotipi si sono accentuati, perché sono “figli” della sintesi. Bisogna essere veloci efficienti, condensare in pochi minuti. Ma la realtà é ben più complessa. Bisognerebbe tornare a un sano umanesimo». E lei lo fa, scava, sperimenta, non è mai superficiale.

Un’infinità di pepli
Così, anche stavolta, si schiera a favore dell’altra metà del cielo e la sublima con un concetto femminista ante litteram, quello delle cariatidi, di donne forti che reggono il mondo. A ispirarla è l’artista attivista Penny Slinger, autrice dell’allestimento della sfilata. E il peplo diventa un punto di partenza che si interseca con l’idea del vestito-casa «abitato» dal corpo. Come lo intendeva l’architetto austriaco Bernard Rudofsky. «Quando sosteneva negli Anni 40 che non esistevano vestiti corrispondenti alle esigenze delle persone. La couture, invece, può accontentare qualsiasi desiderio di personalizzazione».

Chiuri parte dal nero, il colore che Dior definiva dell’eleganza. E costruisce sui corsetti un’infinità di pepli, dove è il fisico a guidarne la forma. Pensando anche a una collezione che monsieur Dior creò nel ‘57, fitta di drappeggi da dea. Forme essenziali, pure, morbide geometriche su cui creare tenute attuali. La prima uscita infatti è una tunica bianca con la scritta Are clothes modern?, (titolo di un libro scritto da Rudofsky). Poi il nero per il prossimo autunno inverno scorre a fiumi, tinge giorno e sera. («La mia è una generazione dark». Ai piedi, il vezzo di sandali tipo i capresi che mutuò Rudofsky, corroborati da calze infradito ricamate. E alla fine esce in pedana una modella che indossa un abito a forma di casa in legno laccato oro, sintesi della collezione. Gli applausi scrosciano per l’italienne, come la chiamano con una punta d’invidia i francesi. Un altro successo meritato.

Un americano a Parigi
Cambio della guardia da Schiaparelli. Bertrand Guyon bye bye. Il nuovo direttore creativo è il texano Daniel Roseberry, 33 anni, ex braccio destro di Thom Browne. Mamma artista, papà e cognato pastori evangelici («La religione è un business di famiglia»). Roseberry si lancia nella couture con una visione surrealista all’americana. Modulata su basi sportive. Mentre lui disegna al tecnigrafo in pedana incedono le modelle. «Elsa creava capi attuali per la sua epoca, io ho immaginato quello che lei farebbe oggi. Con un’ ossessione per la natura. Giorno, notte e sogno sono i capitoli della collezione», spiega mostrando la stola di strass acciambellata al collo come un pitone. Le unghie laccate diventano spiritosi bijoux; i vestiti a farfalla sono percorsi da ruches di nylon sfilacciato multicolor. Mentre sul tubino nero brillano ricami floreali, modello «strappa e riposiziona come ti pare».

Mae West mon amour
Da Grimaldi vince il fascino di Mae West; la mangiauomini del film I’m not an angel, che diceva: «Quando sono buona, sono buona. Ma quando sono cattiva è ancora meglio». Mae rivive nello spirito bad girl rievocato nelle toilettes tempestate da aculei di canottiglie; nei rossi sfacciati dei capi hollywoodiani plissettati. Illuminati dalle collane che sono strangolanti mani metalliche. Si salvi chi può.

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mariano alberto vignali
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