Leonardo il Codex Origamus

Non c’è niente di casuale nella creatività: l’intuito cognitivo è una rete di processi ci vuole anticonformismo, tolleranza e rapidità

Le prime ricerche psicologiche dedicate alla creatività sottolineavano l’importanza di un’attività mentale visuale e non strutturata chiamata processo di pensiero primario. Considerata la sua natura non organizzata, il processo di pensiero primario può portare alla combinazione di idee che normalmente non sono poste in relazione tra loro, determinando quello che è stato definito pensiero divergente (o associazioni remote). Sigmund Freud osservava che il processo di pensiero primario si verifica generalmente appena prima di dormire, oppure quando si sonnecchia o si fantastica; altri hanno notato come possa occorrere anche quando una persona è distratta da un esercizio fisico, dalla musica o da altre attività. Per esempio, alla domanda su come gli vengano le idee, Elon Musk ha risposto: «Sarà anche un luogo comune, ma mi capita spesso mentre faccio la doccia. Chisà cos’hanno le docce...» Einstein suonava il violino per aiutarsi a pensare e disse a un amico: «La musica di Mozart è così pura e meravigliosa che la vedo come un riflesso della bellezza recondita dell’universo stesso. Naturalmente, come ogni grande bellezza, la sua musica era semplicità pura». Suo figlio Hans Albert raccontava come cercasse «rifugio nella musica, e questo risolveva tutti i suoi problemi». Un amico ricordava: «Suonava spesso il violino in cucina la sera tardi, improvvisando melodie mentre rifletteva su problemi complessi.

Poi, all’improvviso, mentre suonava, esclamava euforico: ‘Eureka!’ come se l’ispirazione per la risposta a quel problema gli fosse venuta proprio dalla musica». Altri psicologi hanno approfondito il ruolo del processo di pensiero primario, concludendo che alcuni individui sono più propensi a usarlo o a controllarlo. Dean Keith Simonton, noto per le ricerche sulla creatività, sostiene che alcune persone creative aprano la mente alle associazioni casuali, per poi vagliarle e selezionare quelle che meritano di essere prese in considerazione. Ulteriori studi hanno dimostrato che gli individui molto creativi fanno un uso migliore o maggiore del processo di pensiero primario: fantasticano di più, ricordano meglio i sogni che fanno e sono più vulnerabili all’ipnosi. Mentre molte di queste ricerche concludono che la creatività sia un processo determinato dall’associazione casuale, studi più recenti hanno trovato un’altra spiegazione più direttamente collegata con l’intelligenza: lunghe catene di associazioni. Negli scritti in cui presento l’intuito cognitivo come una rete di processi ho dimostrato che gli individui più propensi o più abili a costruire nella mente catene più lunghe nelle reti associative possono arrivare a collegare due idee o fatti apparentemente privi di relazione. Ciò che appare casuale potrebbe non esserlo affatto; gli altri potrebbero avere difficoltà a vedere un nesso soltanto perché non riescono a formulare una catena di associazioni altrettanto lunga. A conferma di ciò, le ricerche di Mathias Benedek e Aljoscha Neubauer hanno rilevato che gli individui molto creativi, pur seguendo generalmente gli stessi percorsi associativi di quelli meno creativi, lo fanno in modo molto più rapido, esaurendo velocemente le associazioni più comuni e riuscendo così a trovarne di più originali prima degli altri. Benedek e Neubauer sostengono che la rapidità di associazione nelle persone molto creative sia dovuta a una memoria di lavoro e a un controllo esecutivo fuori dal comune. In altre parole, la capacità di prendere in considerazione simultaneamente molte cose e gestirle mentalmente con grande facilità mette nella condizione di esplorare velocemente tante possibili associazioni.

Diverse ricerche lasciano intendere che l’apertura alle esperienze sia associata al pensiero divergente e alla creatività. Avere interessi ed esperienze più vari da combinare nel mixer aiuta sicuramente a creare associazioni più insolite. Inoltre, la tolleranza per la complessità e l’ambiguità può innescare un modo di pensare non convenzionale e permettere una più sofisticata capacità di astrazione. Tuttavia, le prove a favore della presenza di questo tratto negli innovatori rivoluzionari analizzati in questo libro sono contrastanti. Einstein possedeva sicuramente una sensibilità estetica, infatti diceva: «Personalmente, provo il massimo piacere quando entro in contatto con opere d’arte. Mi trasmettono un’intensa sensazione di felicità che non riesco a trovare in altre fonti». Tesla amava molto la poesia e la letteratura; fu proprio mentre recitava a memoria alcuni versi del Faust di Goethe che ebbe la straordinaria illuminazione su come ottenere la corrente elettrica alternata. Inoltre, la maggior parte dei grandi innovatori erano lettori voraci e onnivori e alcuni di loro erano individui poliedrici, con competenze in numerosi ambiti (per esempio, Franklin è generalmente descritto come un uomo dalla cultura eclettica). Molti, però, erano talmente concentrati sul loro obiettivo da vivere la propria esistenza entro orizzonti piuttosto ristretti. Tesla era così assorbito dal lavoro che non si concedeva molto tempo per esplorare il mondo o imbarcarsi in altre avventure. Anche la Curie era completamente dedita al lavoro e l’idea di visitare luoghi nuovi la metteva a disagio. Gli interessi spirituali di Jobs e i suoi viaggi sono coerenti con quello che si intende comunemente per «apertura alle esperienze», mentre sarebbe difficile notare questo tratto nelle ossessive abitudini lavorative di Edison, Kamen e Musk. Ciò potrebbe significare che l’apertura verso le idee intellettuali sia in qualche modo diversa da quella nei confronti delle esperienze di vita.

*Melissa A. Shilling è esperta di organizzazione e insegna Strategia della Innovazione alla New York University.

Il testo e i profili degli innovatori, sono tratti dal suo Ribelli, pubblicato da Sperling&Kupfer (2018).


[Numero: 171]