Leonardo il Codex Origamus

Leonardo l’altro Machiavelli. Un genio realista tra principe e repubblica

Dalla Firenze post-Umanesimo sono venuti alcuni contributi centrali per la storia del pensiero politico. Che potremmo ricondurre al “bipolarismo” tra la teoria politica modernizzatrice di Niccolò Machiavelli e la visione neomedievale e “giustizialista” di Girolamo Savonarola. Tra i due primattori della politica fiorentina del Cinquecento si potrebbe dire che tertium datur. Non nel senso di una “terza via” tra le loro dottrine, ma in quello dell’esistenza di un contributo originale alla teoria politica da parte di Leonardo da Vinci. E con uno dei due le strade si incrociarono direttamente, dal momento che fu proprio Machiavelli a procurargli l’incarico di dipingere la Battaglia di Anghiari nella Sala grande di Palazzo Vecchio. Un episodio controverso quello della battaglia, oggetto di un’ossessiva volontà apologetica da parte del potere fiorentino; e un affresco misterioso, per molti versi (e rimasto incompiuto), quello leonardesco del 1503, a cui il grande artista applicò una prospettiva narrativa e una chiave ottica che, come ha scritto lo storico del Collège de France Patrick Boucheron, si possono leggere attraverso una «metafora cinematografica» (Leonardo e Machiavelli. Vite incrociate, Viella, 2014). E proprio il segretario della Repubblica fiorentina – il quale aveva anche materialmente siglato il contratto di committenza per Leonardo – era colui che, nella sua analisi scientifica e realista della politica, rifuggiva da quella propaganda di cui le insistite e artefatte rievocazioni dello scontro di Anghiari erano uno degli ingranaggi fondamentali. Machiavelli commentò con sarcasmo questa “eroica” battaglia tra Firenze (alleata con lo Stato pontificio) e il ducato di Milano che vide un solo morto e venne combattuta quasi esclusivamente da mercenari; e, dal canto suo, il pittore e inventore considerava ogni guerra una «pazzia bestialissima».

Per un periodo, i due geni rinascimentali sono stati dunque letteralmente coevi; e hanno saputo fare il loro tempo, proiettando la propria eredità lungo la storia. Sotto il profilo politico, potremmo pertanto considerare il laico e moderno Leonardo alla stregua di un «altro Machiavelli», che condivideva con il Segretario un lessico e una grammatica, insieme a varie fonti culturali e all’orientamento di fondo nutrito di razionalismo e realismo. E anche se non esiste una sua specifica trattatistica sull’argomento, Leonardo è stato un profondo analista delle questioni politiche in quanto elementi essenziali della fenomenologia delle vicende umane. All’insegna di un approccio che era, giustappunto, razionalista, e precisamente lo stesso che utilizzava negli studi di scienza.

Le tecniche politiche e le dinamiche sociali aveva potuto osservarle da vicino nel corso del suo pendolarismo tra quelle che erano le due polarità della grande politica dell’epoca (e i due centri di un bipolarismo ideologico): la Firenze repubblicana (e delle dottrine dell’autogoverno) e la Milano principesca e aristocratica di Ludovico il Moro. Quella leonardesca è, così, eminentemente un’antropologia politica, che vede la società umana, al pari della natura, eternamente percorsa dalla sopraffazione e dal conflitto (e dalle ambizioni dei tiranni), e dove domina il tempo, che tutto consuma e disfà. E lo mostra anche la fisiognomica pittorica, dove la bestialità di certi tratti e figure segnala proprio l’intreccio inestricabile tra il genere umano e la sua istintualità e animalità. La libertà costituisce allora il bene e il «dono» supremo, tanto che la sua difesa fornisce l’unica giustificazione possibile al ricorso alla violenza, e solamente la «roba» (ossia la ricchezza) di uno Stato ne garantisce (tendenzialmente) l’indipendenza e l’autonomia.

Filosofia della natura e antropologia politica di un Leonardo teorico “machiavelliano” e, sotto taluni aspetti, precorritore pessimista del filone del pensiero impolitico. E capace di rinunciare al prometeismo dell’artista, genio unico e inarrivabile, per immergersi pietosamente nelle sofferenze di tutti, nel nome della comune e dolente condizione umana.

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