Leonardo il Codex Origamus

Alto, bello e fortissimo occultò la sua sessualità: incarnava l’ideale greco

Leonardo da Vinci, artista dotato di una straordinaria bellezza fisica e che ha donato di grazia infinita tutto ciò che faceva…possedeva grande forza e destrezza…Egli con le forze sue riteneva ogni violenta furia; e con la destra torceva un ferro d’una campanella di muraglia et un ferro di cavallo, come se fusse piombo…Questo lo videro gli uomini in Lionardo, nel quale oltra la bellezza del corpo, non lodata mai a bastanza, era la grazia più che infinita in qualunque sua azzione; e tanta e sì fatta poi la virtù, che dovunque l’animo volse nelle cose difficili, con facilità le rendeva assolute...La forza in lui fu molta e congiunta con la destrezza, l’animo e ’l valore, sempre regio e magnanimo...”: così Giorgio Vasari, nel capolavoro Le Vite, ricorda Leonardo da Vinci, celebrandone la forza fisica, capace di torcere il batacchio di un portone o raddrizzare, con la sola mano destra, un ferro di cavallo.

La prestanza, alto un metro e 73 in tempi in cui gli uomini erano piccini, capelli e barba fluenti più della moda contemporanea, lo sprezzo del pericolo, gli abiti di colori brillanti indossati anche in tarda età, ne fecero un uomo inusuale, bizzarro. La sua arte e la sua scienza impressionavano Firenze, Milano, Parigi, perfino Michelangelo ne era geloso (e viceversa), ma il magnetismo del corpo carismatico di Leonardo filtra fino a noi con la sua opera. Saggio, bello, forte Leonardo poteva diventare un grande seduttore, invece poco sappiamo della sua sessualità, che appassionò perfino Sigmund Freud. Sul fare l’amore Leonardo era alquanto scettico, persuaso in un suo taccuino che “L’atto del coito e le membra a quello adoprate son di tanta bruttura che, se non fusse la bellezza de’ volti e li ornamenti delli opranti e la sfrenata disposizione, la natura perderebbe la spezie umana…”. I critici, gli storici, i militanti si accaniscono sul processo per sodomia che dovette subire a Firenze nel 1476, già affermato artista nella bottega del Verrocchio, accusato di un incontro proibito con l’orafo diciassettenne Jacopo Saltarelli, pare dedito alla prostituzione, insieme ad amici tra cui l’aristocratico Leonardo Tornabuoni. La denuncia anonima nel “tamburo”, una buca apposita a Piazza della Signoria, era grave, poteva portare alla morte, alla castrazione o altre mutilazioni, ma la famiglia Tornabuoni era legata ai signori Medici e gli imputati vennero assolti, pur con una frase minacciosa nella sentenza, che le accuse non dovessero ripetersi, una sorta di condizionale.

Sull’omosessualità di Leonardo, che rimase sempre celibe, sono stati scritti volumi, chi parla del trauma seguito al processo come scelta di solitudine forzosa, chi individua negli aristocratici che lo accompagnarono in Francia, o in giovani allievi di bottega, presunti amanti. Comunque sia, l’artista che ha posto il corpo umano come crocevia perfetto tra pittura e scienza con l’Uomo Vitruviano, davvero incarnando l’ideale greco caro a Platone e Aristotele di “kalòs kai agathòs” bello e colmo di ogni virtù, contraddicendo i romantici paladini del genio emaciato, non ricorda nei suoi copiosi scritti gioie che gli vennero dal corpo poderoso. Un giorno passò il tempo a divertirsi, cercando sinonimi di pene e annotando la filastrocca “Cazzo, nuovo cazzo, cazuole, cazzellone, cazatello, cazata, cazelleria, cazate, cazo in ferigno, cazo erbato, caza vela, pinchellone…”, generando materia infinita per tesi di laurea in psicologia e filologia, eppure quel suo corpo magnifico ci elude da secoli, effimero come il sorriso della Monna Lisa, come lui onnipotente.

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