Ma dove vai se un PopUp non ce lhai

E chi legge su carta inquina di meno

Doppia sorpresa sul riciclo della carta. Numero uno: in Italia è la prima fonte di fibre carta, coprendo il 60% della richiesta di questo materiale per l’editoria e per l’industria (cioè i giornali e i libri ma anche le confezioni di prodotti per i supermercati, i cartoni eccetera). Secondo: non si tratta di una novità, anzi la cultura del riciclo è profondamente radicata nella storia del Paese, fin dal Medioevo. «Già nel Trecento a Venezia» racconta Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta (che federa in Confindustria le aziende del settore) «la legge vietava di esportare gli stracci, perché le loro fibre venivano usate per produrre fogli». Quanto alla carta in sé, per trovare i primi opifici in Italia bisogna risalire un altro secolo più indietro: «Fra il 1230 e il 1250 - dice ancora Medugno - si cominciò a produrne a Fabriano, in un distretto che esiste ancora, e ad Amalfi, dove ci sono cartiere storiche visitabili».

Nei secoli la carta è stata fatta un po’ con tutto, con la cellulosa certo, ma anche con vari materiali di riciclo, dagli gli scarti delle fibre di cotone alla paglia, ed è curioso notare come l’evoluzione di questa industria abbia seguito lo sviluppo socio-economico del Paese: quando l’Italia era una terra di contadini e la paglia era un prodotto di scarto abbondante, veniva usata a gogò per fare una tipica carta di colore giallino; adesso che invece la paglia è diventata scarsa, non si usa più a questo scopo, e anche la presunta “carta da paglia” non è più davvero tale, ma un prodotto differente fatto apposta per somigliarle. A condannare l’originale è stata anche un altro sviluppo, cioè la sensibilità ecologica: si è scoperto che la lavorazione generava scorie dannose, e la legge Merli a tutela dell’ambiente ha proibito la vera carta da paglia.

Nel nostro XXI secolo c’è chi denuncia tutta la carta come nemica dell’ambiente, visto che per quanto si possa riciclare, all’origine del ciclo c’è sempre il taglio di un albero; e per questo c’è già chi auspica la fine completa dei giornali e dei libri di carta e la loro sostituzione al 100% con i mezzi di comunicazione digitali; Medugno ha però pronte due obiezioni. Intanto garantisce che «l’85% della carta vergine che si usa in Italia è certificata Fsc e Pef in base alla normativa europea che impone coltivazioni eco-compatibili». E poi nota che anche l’universo elettronico non è a impatto zero come sembra: «La virtualità esiste, ma si basa su infrastrutture fisiche, e queste hanno un impatto ambientale, in termini di consumo di energia elettrica e produzione di anidride carbonica. Leggere un quotidiano di carta produce il 20 % in meno di CO

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rispetto alla lettura online dello stesso quotidiano per 30 minuti». Medugno fa un ragionamento analogo, in sedicesimo, per gli scontrini dei che veniamo invitati a non stampare, prospettandoci questa come una «scelta più ecologica». Quanto alle bollette o agli atti pubblici smaterializzati, dice che «se questi documenti sono oggetto di frequenti e lunghe consultazioni online è più ecologico stamparli su carta».

Medugno parlerà pro domo sua? Questo è sicuro. Però un ambientalista come Ermete Realacci concorda, tendenzialmente, con le sue valutazioni: «I server dei servizi digitali, come ad esempio le transazioni con i bitcoin, sono tremendamente energivori. E questo viene raramente considerato. Ed è vero che la pasta di cellulosa usata in Italia ci arriva da foreste nordeuropee gestite a rotazione, nelle quali per ogni albero tagliato ne viene piantato un altro, o anche più di uno. In generale, nel riciclo delle materie prime, non solo la carta, l’Italia ha un record europeo: viene recuperato il 76,9% contro (ad esempio) il 42,7% della Germania». Ecco, se ogni tanto abbiamo occasione di dire bene di noi stessi come italiani facciamolo. Realacci lo attribuisce non tanto alle leggi, quanto a un’antica vocazione nazionale. L’Italia, che nella carta e nel riciclo faceva da battistrada già nel Due e nel Trecento, è all’avanguardia anche nel nostro secolo: se l’Unione europea si è data l’obiettivo di ricavare dal riciclo l’85% della carta da imballaggio nel 2030, noi in quel segmento produttivo siamo già oggi all’80%.

Il riciclo della carta si può osservare dall’alto, cioè in termini di sistema, oppure dal basso, cioè dal punto di vista del singolo consumatore. Dall’alto si contano 6,3 milioni di fibre di carta da riciclare raccolte ogni anno in Italia, di cui 1,2 milioni vengono esportati. Per migliorare il sistema le aziende italiane vorrebbero che fosse loro possibile fare come le concorrenti tedesche, che utilizzano la quota estrema di scarti non ulteriormente riciclabili indirizzandoli all’auto-produzione di energia; questo in Italia è difficile per questioni normative, perciò quei residui finiscono (il più delle volte) in discarica.

Dal basso invece si pone il problema di che cosa possiamo fare noi, singoli individui, per favorire il riciclo. La raccolta differenziata suscita dubbi. Per esempio, i contenitori in tetrapak sono fatti al 74% di carta, al 21% di plastica e al 5% di alluminio: perciò devono essere messi nei cassonetti della carta o della plastica? La risposta giusta varia da città a città, ma a Torino (ci dice l’azienda Amiat), a Milano (Amsa) e a Roma (Ama) la risposta giusta è “carta”. E i cartoni della pizza, se sono sporchi diventano inutilizzabili? Sì, quando contengono residui di cibo, mentre se sono solo macchiati d’olio possono essere recuperati, e ne vale la pena, essendo fatti con ottima carta vergine.

Nel frattempo l’evoluzione tecnologica prosegue, sia per inseguire prodotti sempre nuovi a cui la carta si deve adattare, sia per adeguare i prodotti già esistenti a norme ambientali sempre più stringenti. Il progresso in questo settore consiste, per esempio, nel produrre imballaggi di pari prestazioni ma che richiedano quote di plastica e alluminio sempre minori; e il 20 marzo a Roma è stata premiata una serie di nuovi imballaggi alternativi.

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