Sempre più veloci ma per andare dove

Ecco R1, è figlio di iCub e non è un fantasmino

La prima qualità che deve avere un buon robot è capire di non aver capito. Un’ottima dote che spesso difetta pure negli umani, ma è invece essenziale - e programmabile - negli umanoidi. Lorenzo Natale, ricercatore senior all’Istituto italiano di tecnologia e responsabile del gruppo Humanoid Sensing and Perception, è nel team che da due anni lavora su R1, robot umanoide realizzato dall’Istituto italiano di tecnologia su cui ha un progetto in collaborazione con Vodafone, Ibm e l’ospedale San Raffaele di Milano. L’obiettivo è costruire una macchina economica, semplice e sicura. E se vogliamo piazzare un robot che dà indicazioni su dov’è questo o quell’ambulatorio, su qual è la fila giusta per i ticket o per altro, meglio accertarsi che non prenda fischi per fiaschi. Il rischio è di fare un danno, invece di dare una mano. Se poi oltre a dare le indicazioni come un totem interattivo, l’idea è che sia anche capace di accompagnare le persone tra i corridoi dell’ospedale, dovrà essere molto bravo a capire dove sono e come si muovono gli ostacoli. «R1 è progettato per eseguire anche altri compiti, come per esempio chiedere ai pazienti quali preferenze hanno sul menù e distribuire i pasti» spiega Natale.

Sono applicazioni dette «accessorie» e non «critiche», come per esempio somministrare i medicinali ai pazienti. Tra le possibili applicazioni del robottino, c’è anche leggere le notizie del giorno ai degenti. «Siamo molto attenti alle implicazioni etiche, e il notiziario può valere come stimolo intellettuale, non ha nulla a che fare con il “tener compagnia”. Non si tratta di sostituirsi agli essere umani. Spesso si pensa ai robot umanoidi come innovazioni che “rubano” il lavoro ai professionisti. Ma quel che vogliamo fare è liberare gli operatori sanitari dalle operazioni più ripetitive e noiose, per dargli il tempo di concentrarsi su quel che è più importante». Per questo progetto il 5G è quel che si definisce una «tecnologia abilitante». Vuol dire che senza una connessione rapida, sicura e veloce, è impensabile spedire un robottino in corsia. «Per capire che gli si dice e dove spostarsi, il robot deve fare dei calcoli, elaborare un gran numero di algoritmi. Si può mettere un processore sul corpo. Ma questo vuol dire rendere il robot più pesante, più grosso e anche più lento. Se vogliamo che si muova, non ci possono essere dei fili. Con il 5G si può avere un’ottima capacità di calcolo in remoto - spiega Natale -, una banda maggiore e pure dedicata esclusivamente a lui, quindi senza nessuna interferenza.

Questo ne garantisce affidabilità e una latenza costante, vuol dire che il tempo che impiega a elaborare le informazioni e reagire deve essere sempre lo stesso». Una parte importante la gioca anche il design. Se il robot è molto grande, potrebbe far paura e le persone sarebbero meno disposte a fidarsi. Nel team oltre a ingegneri meccanici ed elettrici, matematici, laureati in fisica, ci sono anche psicologi e designer. «Per progettare R1 abbiamo ripreso il lavoro fatto con iCub, il robot bambino». Che è il papà ideale di R1, e assomiglia a Casper, il fantasmino del film. «Non deve somigliare troppo a un umano, ma nemmeno troppo poco. Bisogna trovare il giusto compromesso e un volto da bimbo, quasi da cartone animato, rende più semplice l’interazione tra la macchina e le persone». Ma qual è la più grande difficoltà nel progettare un umanoide? «Convertire i segnali che arrivano dai sensori in informazioni: la percezione dell’ambiente e del parlato». I robot non umanoidi sono già al lavoro, come gli aggeggi che passeggiano su e giù per le corsie del supermercato e controllano cosa manca dagli scaffali. E gli umanoidi? «Tra cinque, dieci anni potrebbero essere impiegati in ambienti chiusi, per esempio per la sorveglianza - conclude Natale -. Ma è difficile dire quando ci sarà qualcuno che spazza e sistema casa al nostro posto».


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