Sempre più veloci ma per andare dove

È la società del “noi” e non dell’ “io”. Vince il modello asiatico

Il fatto che i cinesi siano all’avanguardia nella promozione del 5G non ha a che fare con la tecnica, ma con il pensiero: «Ci sono arrivati prima perché lo hanno pensato prima», ci dice Leonardo Caffo, filosofo, docente di Ontologia del Progetto al politecnico di Torino e autore di diversi libri che si interrogano sui fenomeni della contemporaneità (l’ultimo è Fragile Umanità. Il postumano contemporaneo, pubblicato da Einaudi nel 2017).

Con la quinta generazione di reti wireless a banda larga conosceremo un aumento esponenziale della velocità dei dati. Secondo lei c’è uno specifico asiatico in tutto questo?

«Sì, il tramonto dell’Occidente è già qui, mi sembra chiaro che anche geopoliticamente l’asse si stia spostando nella direzione di un grande impero asio-cinese. Non è solo questione di dominio economico, ma antropologico, è un altro modello di essere umano, che privilegia il Noi rispetto all’Io».

Una sorta di grande comunismo digitale?

«Dobbiamo immaginare che ci aspetta un futuro di social network aumentati, di esperienze immersive, di microchip con punteggio sociale. In Cina c’è già una app obbligatoria per i funzionari del partito comunista che valuta il loro valore sul tempo che trascorrono a guardare i documenti che il partito ha loro assegnato. È la fine della psicoanalisi, che del resto in Asia non ha mai avuto alcuna fortuna: l’Io si annullerà per fare posto al Noi».

Dimenticheremo chi è Sigmund Freud?

«Assisteremo sicuramente a una delocalizzazione di molte funzioni dell’essere umano, così come è stata delocalizzata la memoria. Già oggi non abbiamo bisogno di ricordare il nome della capitale dello Zimbabwe perché basta chiederlo a Siri. Ma con il 5G diventerà potentissima la funzione “hai un nuovo ricordo”, che a un certo punto ci dirà: “Ti ricordi che sei mesi fa eri con la tua ex in Thailandia?” oppure “ Ti ricordi che otto mesi fa tuo padre era ancora vivo?”. L’idea della rimozione freudiana salterà in aria, il rimosso busserà di continuo alla nostra porta».

Andremo oltre l’algoritmo?

«Ciò che oggi è prodotto dall’algoritmo con il 5G dovrebbe diventare “Environment Sensitive” o “Sensible Oriented”. In pratica le funzioni che si intravedono nell’IPhone X con il riconoscimento del polpastrello si estenderanno dal singolo smartphone a device collettivi. Proprio in Cina c’è un prototipo di tornello della metropolitana che si apre riconoscendo il volto, precedentemente scannerizzato dalla società che gestisce i trasporti. L’accesso all’autobus, alla banca, alla scuola in futuro avverrà così: potrai portare il tuo mondo con te attraverso gli occhi e il tatto. Di nuovo, dal privato al pubblico, dall’Io al Noi».

Siamo pronti a tutto questo?

«Sulla carta siamo pronti ma poi bisogna vedere, perché c’erano state grandi promesse già nel passaggio dal 3G al 4G, ma a me ad esempio il 4G non prende quasi mai. Parliamo moltissimo di intelligenza artificiale ma i dati ci dicono che la maggior parte degli italiani non ne utilizza che una piccolissima parte».

Le nuove generazioni avranno occhi e orecchie diversi dai nostri?

«Credo di sì… I veri nativi digitali del resto non sono quelli nati nel 2000 ma quelli nati adesso, quelli che adesso osservano il mondo pensando di poterlo cambiare in continuazione, quelli che quando la mamma porta loro un piatto di patatine come prima cosa le toccano con le dita pensando di poterle ingrandire. Del resto quando sei piccolo progetti il metodo, non il fine. Saranno soggetti meno passivi dei nati nell’era analogica, che sono invece abituati a intervenire solo all’interno di una precisa cornice di regole. Loro le cambieranno, le regole, e non accetteranno niente che non si possa modificare con le dita».

Quale sarà il ruolo dell’intellettuale al tempo del 5G?

«Quello di sempre: anticipare e cercare di capire prescrittivamente la direzione da prendere. Come fece Gianni Vattimo negli anni Settanta preconizzando “la società trasparente”, senza filtri, in cui nessuno sa niente ma ha gli strumenti tecnici per intervenire su tutto. Dovremo pensare cosa c’è dopo la democrazia, che si regge appunto sul filtraggio e sulla divisione delle competenze. Dovremo farlo, perché salterà».

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