Sempre più veloci ma per andare dove

I cinesi ci capiscono quelli di Roma no

Quando lo scorso ottobre Giorgio ha seminato c’era tutto Borgo Tulipano a starlo a vedere, del resto per essere sicuro che ci fossimo tutti quanti l’ha fatto di domenica e nemmeno troppo presto la mattina. S’è messo su il vestito blu con la cravatta rossa che gli è servito per portare sua figlia all’altare e è montato sul Ferguson con l’ipad in mano. Quel suo Ferguson è una macchina che vale un trecentomila, compresa aratrice a dodici lame e seminatrice con altrettanti ugelli, assistenza satellitare a tutto, alla guida, all’aratura e alla semina, il satellite gli conta anche i chicchi, lui non deve nemmeno guardare fuori dalla cabina, tutto quello che ci ha da toccare è lo schermo dell’ipad. Giorgio ha dovuto andare a studiare tre mesi al consorzio e s’è indebitato fino al tremila, ma adesso è la nostra star, ha affittato altri venti ettari, e se gli strozzini della borsa granaglie abbassano anche solo di un filo la cresta, e se riusciamo a farci dare un po’ di internet come si deve, gli andremo dietro, perché come qualità, produttività e tutto il resto non c’è confronto. Il fatto è che metà di quello che ci può fare il Ferguson vuole l’internet e l’internet qui è quello del millenovecento. Tanto per dire, per lavorare bene avremmo bisogno del meteo quello vero, il meteo che scansiona acro per acro con una decente attendibilità, senza andare a occhio, che quello lo sappiamo fare anche noi. Ma a quei debosciati che tengono ancora in mano i fili della vecchia SIP non gliene frega niente di noi, che per inciso, e con tutto il rispetto, non è che siamo infilati in una gola dell’Appennino, e fatturiamo parecchio, e pagheremmo quello che c’è da pagare. E poi quelli del governo ci vengono a dire che la connessione è un diritto fondamentale dell’umanità, menomale che c’è ancora il voto analogico e i seggi di legno con la matita perché non avremmo nemmeno il diritto di votare se mettessero su la storia del voto online. Mah, adesso abbiamo visto che vogliono arrivare i cinesi con il G5, speriamo. Giorgio vuole andarci lui a parlare con i cinesi, che a Roma il nostro dialetto non lo capiscono, ma quelli là lo conoscono già alla perfezione, dice.

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