Ragazzini in prima linea

Zain, Sciuscià e i loro fratelli buttati nella vita senza perché

Un bambino arrabbiato, che non si perde mai d’animo, che non conosce la leggerezza del gioco, ma sa inventare ogni giorno un modo nuovo per sopravvivere. Nel protagonista di Cafarna o, Zain, che porta i genitori in tribunale con l’accusa di averlo messo al mondo, la regista libanese Nadine Labaki sintetizza il dramma di un’infanzia abbandonata eppure irriducibile, di un esercito di ragazzini nati senza ragione, privati di rispetto e dignità, ma non per questo incapaci di far sentire le loro voci: «L’idea del processo, di Zain che si rivolge al giudice chiedendo giustizia, è un metafora ispirata a situazioni che tutti abbiamo sotto gli occhi. Il tribunale è il simbolo di una società chiamata a giudicare e a interrogarsi».

In Libano, dice Labaki, «è stato ospitato, in questi anni, oltre un milione e mezzo di rifugiati. C’è una situazione di continuo caos e disordine, con migliaia di bambini che vivono per strada, non vanno a scuola, non possiedono documenti, fanno qualche soldo vendendo gomme da masticare oppure trascinano enormi bottiglioni d’acqua. Ho sentito il dovere di parlare di loro, immaginando che, un giorno, quei ragazzini trascurati, abusati, picchiati, possano rivoltarsi contro noi adulti, chiedendoci perchè mai siano dovuti arrivati su questa terra per essere trattati come nullità, peggio dei cani».

Prima di girare Cafarnao, Labaki ha svolto ricerche per 3 anni, ascoltando le ragioni dei genitori e dei figli, indagando sul problema della mancanza di documenti di identità che, in pratica, trasforma i bambini in fantasmi senza diritti: «Molti di loro muoiono senza che nessuno se ne accorga, perchè, di fatto, non sono mai esistiti». Nella realtà Zain è nato a Daraa, in Siria, è arrivato in Libano nel 2012, ha dovuto interrompere la scuola e, nel nuovo Paese, ha iniziato a lavorare come fattorino in un supermercato. Non è un caso che l’anno scorso, nemmeno sul palcoscenico del Festival di Cannes (dove il film ha vinto il Premio della Giuria), Zain sia riuscito a trovare la voglia di un sorriso pieno: «Incontrarlo è stata la mia fortuna, un vero miracolo. Lungo il viaggio del film è stato il mio principale collaboratore, la mia voce, e anche la mia rabbia. Oggi è parte della mia famiglia, ci sentiamo al telefono tutti i giorni, abbiamo un legame fortissimo e so che durerà per sempre».

Diviso tra disperazione e tenacia, Zain incarna l’archetipo di un martire vincente, il rappresentante di una forza viva che, da un momento all’altro, potrebbe obbligare gli adulti ad assumersi le proprie responsabilità: «Nel mio Paese - prosegue Labaki - la situazione è molto difficile, siamo in un circolo vizioso da cui rischiamo di non uscire. Il conflitto tra tolleranza e apertura da una parte, e ragioni della politica dall’altra, è irrisolvibile. Io penso che l’unico modo per superarlo sia, appunto, nell’umanità. Un bambino è un bambino, italiano, libanese, siriano, palestinese che sia, in nessun caso lo si può trattare come un nemico. Il pensiero che ci deve guidare, se vogliamo provare a creare un mondo migliore, deve essere solo questo».

Fin dalla prima proiezione a Cannes Cafarnao è stato paragonato a Sciuscià, il film che Vittorio De Sica girò nel ‘46, nella Roma prostrata del dopoguerra, protagonisti due ragazzini, Scimmietta e Cappellone, che lucidavano scarpe a via Veneto coltivando il sogno di acquistare un cavallo: «È un grande complimento - commenta Labaki -, anche se non credo di aver subito nessuna influenza. Ho girato in modo naturale, fluido, senza mai impormi, con l’unico obiettivo di mostrare in che modo vivono i bambini come Zain». Bambini che, da allora, attraverso diversi continenti, continuano a guardarci, con gli occhi sgranati sull’inadeguatezza degli adulti: «Se li considerate colpevoli - tuona l’avvocato difensore di Sciuscià, nell’aula di giustizia dove i due personaggi principali finiscono a causa di una truffa organizzata dai grandi -, allora dovete condannare anche tutti noi, che, inseguendo le nostre passioni, abbandoniamo a se stessa l’infanzia, i nostri figli, soli, sempre più soli».

Il neorealismo insegna, e, dopo De Sica, la lezione è stata elaborata da tanti. La regista indiana Mira Nair ha ricostruito, in Salaam Bombay, l’epopea di un ragazzino di 10 anni inghiottito in un inferno di droga, prostituzione, criminalità. L’autore di Trainspotting Danny Boyle ha guadagnato 8 Oscar portando sullo schermo, in The Millionaire, tratto dal racconto dell’indiano Vikas Swarup, la favola contemporanea di Jamal (interpretato da Dev Patel) sopravvissuto grazie alla straordinaria carica vitale e, alla fine, vincitore del quiz tv Chi vuol esser milionario? In Lion La lunga strada verso casa, Patel divenuto attore di successo ha interpretato la storia vera di Saroo Brierley, adottato in Australia e tornato, da adulto, nei luoghi dell’infanzia.

In tutte le storie l’esempio illuminante viene sempre dai più piccoli, pronti a scovare soluzioni fantasiose. Nel Viaggio di Yao il 13enne senegalese super-fan dell’attore Seydou Tall (Omar Sy), lo incontra a Dakar e lo commuove al punto da convincerlo a fare il viaggio a ritroso: una scoperta, Seydou è come un cieco, che riacquista la vista grazie a Yao.

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