Ragazzini in prima linea

Ragazzi concreti e pronti ad agire. Dobbiamo dirglielo: senza di voi il mondo non sarà certo migliore

Zeta. Si chiamano così i ragazzi nati a ridosso o nei primi anni del nuovo millennio. Nati con internet, cresciuti con gli smartphone, abituati fin da giovanissimi ai risvolti di una delle crisi economiche più importanti che si ricordino in età contemporanea. Forse anche per questo hanno un approccio concreto ai problemi che li circondano. Sanno che c’è da rimboccarsi le maniche. Qui, adesso. E che chi li ha preceduti non ha saputo garantirgli un futuro intatto. Per il loro entusiasmo e la voglia di partecipazione c’è chi li paragona ai baby boomers, la prima generazione a crescere nel dopoguerra. Tutto era da ricostruire, da inventare allora. Così come lo è oggi, in parte. Le possibilità diverse rispetto al passato. Ma bisogna essere disposti a darsi da fare.

Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica sociale presso l’Università Cattolica di Milano, da anni studia i cambiamenti sociali tra generazioni anche grazie al lavoro svolto con l’Istituto Toniolo, per cui coordina il “Rapporto giovani”.

Professore, in che modo l’agenda politica delle nuove generazioni differisce da quella degli adulti?

Chi si è formato nel Novecento e oggi svolge incarichi governativi ha ben chiari limiti e opportunità di un modello sociale e di crescita che oramai non funziona più. Lo stesso concetto di benessere ha bisogno di essere ripensato, assieme ai meccanismi per produrlo e redistribuirlo. A questa consapevolezza però non sempre corrisponde un’azione. Che invece i giovani reclamano. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite mette al centro la riduzione delle diseguaglianze sociali e lo sviluppo sostenibile, temi cari alle nuove generazioni, ma l’impegno concreto per realizzarli è considerato insufficiente.

Come “fanno politica” questi ragazzi?

Tendono a prediligere una partecipazione meno guidata da ideologie, più orientata al risultato e associata a un’esperienza positiva di arricchimento personale. Per mobilitarsi hanno bisogno di sentire una “chiamata”, che catturi la loro attenzione e li coinvolga nel cambiamento per rendere la società migliore. Da varie ricerche emerge come la maggioranza dei giovani non si senta inclusa nei processi decisionali e politici e ritenga che le nuove generazioni dovrebbero essere maggiormente coinvolte. Al contempo le modalità di ingaggio e partecipazione tradizionali funzionano sempre meno.

La situazione in Italia presenta aspetti peculiari rispetto al resto d’Europa?

C’è in Italia una cronica carenza di soggetti sociali in grado di porsi in modo credibile e autentico nei confronti delle nuove generazioni, in grado di rappresentare i loro interessi e farsi alleati positivi del protagonismo giovanile nel mondo che cambia. Rispetto agli altri paesi avanzati, basso è nel complesso l’investimento pubblico nella formazione e nella transizione scuola-lavoro. L’aiuto maggiore arriva dalla famiglia e dove più carenti sono le risorse culturali più alto è il rischio di esclusione sociale. Più che nel resto d’Europa è scesa, la fiducia verso la politica e le istituzioni.

Anche il dibattito pubblico sui giovani presenta una visione molto distante da quella che sembra essere la realtà.

È un dibattito fondamentalmente carente di informazioni e incline a mettere in luce gli aspetti più negativi e a enfatizzare occasionalmente in modo iperbolico i casi positivi. Guardando i giovani da una tale lente deformata è difficile mettersi in una relazione adeguata con loro, aiutarli con gli strumenti giusti a formarsi e sentirsi protagonisti di un mondo che cambia. La società e la politica italiana hanno bisogno di lenti diverse per guardare le nuove generazioni.

Cosa potrebbe modificare un tale stato di cose?

Serve una chiamata che dal Paese arrivi forte ai giovani: “senza di voi non possiamo né costruire un progetto di paese migliore, né realizzarlo. Iniziamo a progettarlo assieme per poi consegnarlo a voi”. In attesa di tale chiamata, va rafforzato tutto ciò che aumenta nei giovani conoscenza, valutazione critica e consapevolezza sul mondo che cambia e offre a loro strumenti per fare esperienze positive di cambiamento, anche a livello locale, che producano miglioramento nel fare assieme. I ragazzi da parte loro devono invece rimanere accesi e allenati per entrare in campo al momento giusto, anche con un’invasione di campo se la chiamata non dovesse arrivare.

Il tema della sicurezza è molto presente nel dibattito politico attuale. È sentito anche dai ragazzi? E in che modo?

Il tema dell’immigrazione è associato all’insicurezza soprattutto in relazione alla presenza di stranieri irregolari. Verso la presenza regolare prevale un atteggiamento positivo. Inoltre i coetanei stranieri nati in Italia non vengono considerati stranieri. A differenza delle generazioni precedenti, gli adolescenti di oggi si formano in classi con forte presenza di compagni di origine straniera, avendo l’opportunità di sviluppare nuove competenze interculturali.

Il tema dell’ambiente, al contrario piuttosto assente dalla politica, sembra invece suscitare grande partecipazione. I dati lo confermano?

Dai dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo l’interesse sul tema dell’ambiente emerge in modo molto forte. Solo il 15% si dichiara tiepido o totalmente disinteressato. La grande maggioranza si dice disposta a cambiare le proprie abitudini per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici. Più in generale, le nuove generazioni sembrano aver bene introiettato il fatto che la qualità del futuro del pianeta dipende dalla responsabilità di ognuno, non solo dall’operato dei governi. Meno di uno su quattro si tiene però informato in modo sistematico e non solo occasionale. Ma più si appassionano e si mobilitano verso un tema che li coinvolge e più si informano, alimentando un percorso virtuoso che rafforza consapevolezza e cittadinanza attiva.

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