Ragazzini in prima linea

Non ce l’abbiamo fatta. Il mondo dopo Alan

La morte del bambino con la maglietta rossa e la faccia nella sabbia doveva cambiare il mondo. O almeno salvare l’Europa. La cancelliera Angela Merkel, in quei giorni di settembre del 2015, lo ripeteva sempre: «Wir schaffen das». Ce la facciamo. Aveva aperto le frontiere della Germania a tutti i profughi siriani. E il suo esempio aveva prodotto una specie di contagio di felicità.

Alla stazione Westbahnhof di Vienna, i volontari aspettavano i treni con in mano cartelli con sopra scritto «welcome». C’erano torte fatte in casa e vestiti da regalare. Anche il signor Hainz Waldstatten, piccolo negoziante di elettrodomestici, si era messo in coda per consegnare 50 euro al banchetto per «i biglietti dei rifugiati».

I profughi accalcati in Ungheria cantavano e si tenevano per mano lungo la strada. Sorpresi dalla notizia straordinaria che li riguardava direttamente, si erano incamminati a migliaia in fila sull’autostrada M1 da Budapest verso il mondo nuovo. Anche in Italia l’indignazione sembrava lasciare il posto alla speranza. «Non dovrà succedere mai più» dicevano tutti i politici. Ce la potevamo fare.

La morte sulla spiaggia di Bodrum del piccolo profugo Alan Kurdi, 3 anni, avrebbe segnato il calendario: 2 settembre 2015. Il prima. E il dopo. Era fuggito da Kobane con la sua famiglia, stavano scappando dalla guerra. E tutti, nella vecchia Europa, ne sapevamo qualcosa o almeno ne avevamo sentito parlare. Non puoi stare fermo se la tua casa è in fiamme. La famiglia Kurdi voleva raggiungere i parenti in Canada, ma non erano riusciti ad ottenere il visto per partire con un volo da Istambul. L’Europa gli era sembrata l’unico posto dove aspettare in pace.

Dalle coste della Turchia, l’isola greca di Kos non è un miraggio. Dai tavolini del «Ristorante del Faro» di Bodrum ti sembra di poterla toccare. Sono cinque chilometri di attraversata, meno di un’ora di navigazione. Ma quella notte il mare si era alzato all’improvviso, e la corrente spingeva indietro. Gli scafisti avevano bevuto. Il capitano si era buttato per salvare se stesso. E il piccolo gommone su cui viaggiava la famiglia Kurdi si era ribaltato.

Dal 1973 il Ristorante del faro di Bodrum è gestito dal signor Adil Çürük, ed è ancora lì al suo posto come un testimone: «Il bambino era stato trovato laggiù. In quel punto della spiaggia. All’inizio erano venuti giornalisti da tutto il mondo. Da Londra e dal Giappone. Poi, più nessuno. Non ho visto politici. E no, non mi hanno più chiesto di Alan». Così è andata.

Anche la cancelliera Merkel si è dovuta in parte rimangiare quella promessa di accoglienza. I sondaggi erano sfavorevoli. La ripartizione dei migranti fra stati membri dell’Unione europea non è mai stata davvero realizzata e la riforma delle regole di accoglienza, il trattato di Dublino, è appena stata rinviata per l’ennesima volta: nessun accordo.

I morti in mare sono stati 5096 nel 2016, 3139 nel 2017, 2277 nel 2018. Molti di questi erano bambini. Continuano a morire anche nel Mar Egeo, fra le coste della Turchia e quella della Grecia, gli ultimi due il 7 marzo 2019 davanti all’isola di Samos: di loro non conosciamo nemmeno il nome.

In compenso Alan Kurdi è divento il nome di un’imbarcazione tedesca impegnata nei soccorsi nel Mediterraneo. Ma quella barca non la vogliono fare attraccare né in Italia né altrove. L’Europa del «welcome» ha perso, la cancelliera Merkel si sbagliava. Non ce l’abbiamo fatta.


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