Ragazzini in prima linea

Greta, simbolo del cervello ribelle prima dell’intorpidimento senile

Si narra di una mancata crociata di folli ragazzini, l’avrebbe bandita un pastorello francese nel 1212 e finì malissimo. I piccoli aspiranti crociati, decimati in un naufragio nel mare di Sardegna, furono tutti venduti come schiavi a Marsiglia. La narrazione fa parte un antico filone, tra storia e favolistica, che narra di imberbi in prima linea per guerre più o meno sante. La morale è che quella crociata non doveva esserci: quando un mondo si aspetta di essere salvato dai ragazzini è nella fase finale della sua decadenza. I ragazzini si trovano in prima linea quando i loro padri sono stati sconfitti, o sono troppo vili per difenderli. Per salvare la faccia, dalla notte dei tempi, ci siamo anche inventata la storia che chi muoia giovane fosse caro agli dei, così alla fine sembra che mandandoli allo sbaraglio facciamo pure loro un favore.

Il prezzo di ogni caduta degli dei sono da sempre giovani vittime; la storia recente ci fornisce una moltitudine di immagini angosciose di ragazzini vestiti da soldati, con divise troppo grandi e armi troppo pesanti per la loro esili persone. Hanno tutti gli stessi sguardi disorientati, confusi alla ricerca degli adulti scomparsi e, allo stesso tempo, atterriti per un destino troppo greve per le loro recenti esistenze.

Non cambiano mai le espressioni da vittime sacrificali che pietrificano i volti dei ragazzini in armi, sia che siano stati messi con un Panzerfaust in mano a difendere gli ultimi frammenti del nazismo, tra le macerie di Berlino, sia che appaiano abbracciati a un Kalashnikov in uno dei tanti teatri di guerra che, negli ultimi decenni hanno insanguinato tante regioni dell’Africa e dell’Asia. Sempre e solo ragazzini mandati a morire perché i grandi non sono stati all’altezza delle loro responsabilità, non hanno saputo lasciare spazi di vita serena ai loro figli.

Nelle ultime settimane In Italia si è parlato molto di ragazzini quasi eroici; la costante è la stessa: gli adulti non tollerano l’emergere di ragazzini d’assalto, sono il segnale evidente che le prime linee abbiano ceduto e nessun anziano ammetterà i sintomi di una sconfitta di fronte ai giovanissimi.

Si è visto nel caso di Rami. Molto, se non addirittura troppo, si è scritto e speculato attorno all’eroismo dei giovanissimi protagonisti del salvataggio dei cinquanta passeggeri dello scuolabus, che hanno rischiato di essere arsi vivi. Tra potenziali vittime del rapitore incendiario i più erano semplicemente ragazzini, tra loro qualcuno più sveglio ha radicalmente contribuito perché la tragedia fosse evitata. La fretta nel tracciare l’agiografia di un ideale ragazzino eroe, funzionale anche a un suo uso politico bifronte, ha fatto tracimare ogni realtà in un universo parallelo costruito di tweet tra politici e opinionisti, che sarebbe il nuovo sintomo di stagnazione nella popolazione adulta.

Greta Thunberg è sicuramente pure lei una ragazzina combattente, alle nostre latitudini è stata ad arte delegittimata per la sua neurodiversità, palesemente e orgogliosamente da lei dichiarata. La sedicenne Greta, in prima linea al posto degli adulti contro il riscaldamento globale, è stata, da vetusti opinionisti e artisti al tramonto, definita “malata”.

Una mente diversa è invece alla base di ogni giovanile dissidenza, è una malattia quanto lo potrebbe essere una statura più alta o più bassa della media degli umani. E’ lei simbolo del cervello ribelle prima dell’intorpidimento senile delle sinapsi, lo stato fatale che ci rende complici del vecchio mondo e schiavi delle certezze su cui abbiamo costruito il nostro benessere.


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