Ragazzini in prima linea

Entusiasti e tecnologici: 500 mila piccoli Africani cambieranno noi e loro

Lo chiamano “lo studioso più ascoltato da Macron” da quando il presidente francese ha ammesso di aver capito la portata della bomba demografica piazzata a sud del Mediterraneo grazie al suo libro. Ma Stephen Smith è soprattutto un cronista che raccontando il presente del continente più giovane del mondo ha abbozzato i contorni di un possibile futuro abitato, là come qua, dai fratelli di Rami e Samir, i compagni di classe dei nostri figli.

Il 40% degli africani ha meno di 15 anni: qual è l’identikit di questi oltre 500 mila piccoli vicini di casa?

«E’ difficile. Le differenze aumentano in funzione del grado di transizione demografica, c’è il Nord Africa dove gli under 15 sono il 31%, l’Africa occidentale e il Centro Africa dove rappresentano il 43% e il 46% e il Sud Africa (il più colpito dall’Aids) fermo al 30%. Ci sono poi forti differenze culturali. A conti fatti questi ragazzi hanno in comune poco più della loro giovane età rispetto alla quale cercano di emanciparsi crescendo e rendendosi economicamente autonomi. L’uniformità tra i giovani è effimera e ha forti tratti di competitività, tanto che più della complicità contro gli anziani prevale la rivalità per spartirsi risorse limitate. Alla fine la strategia principale dei giovani africani è allearsi con quegli anziani in grado di dar loro potere e ricchezze in cambio di sostegno politico o manovalanza in gruppi ribelli o reti criminali».

Che contributo può dare all’Africa questa generazione?

«I giovani africani sembrano non aver altro che la loro massa numerica e il loro entusiasmo. Tuttavia, a un’analisi più attenta, risultano meno chiusi dei genitori, sono più innovativi e hanno maggiore familiarità con la tecnologia che collega l’Africa al mondo. Da questo punto di vista sono il motore del cambiamento sociale del continente: che si traduca in un bene o in un male, la gioventù sta “globalizzando” l’Africa a spese della cultura indigena».

C’è frizione tra l’autorità dei padri e la massa dei figli?

«Sarebbe logico aspettarselo, data la polarizzazione demografica dell’Africa (40% under 15 e 15% over 60). Tuttavia, giacché gli anziani detengono il potere e la ricchezza, i giovani non possono che allearsi con loro per emergere. E comunque se pure fossero in grado di sconfiggerli, gli anziani ricchi sono talmente pochi che il loro patrimonio non coprirebbe le esigenze di tutti».

Come vivono, cosa pregano, che caratteristiche hanno questi giovani?

«Avere vent’anni non è lo stesso nel Corno d’Africa, a Napoli, in Ohio o a Lagos, dove due terzi degli abitanti vivono nelle baraccopoli che accolgono giovanissimi arrivati dalle campagne e altri immigrati da tutta l’Africa occidentale fino a fare della megalopoli nigeriana un unicum con il 60% degli abitanti under 15. Nell’Africa contemporanea, prima del colonialismo, i riti d’iniziazione dividevano l’essere “piccolo” dall’essere adulto. Non esisteva la categoria “giovani” emersa durante la rivoluzione industriale per indicare un gruppo sociale da far studiare per rispondere alla divisione del lavoro. Oggi c’è, ma non c’è un modello unico per l’Africa».

Un sogno comune però, fosse anche il riscatto africano, lo hanno?

«Non direi, c’è chi sogna nella foresta primordiale del Centro Africa, chi nel deserto Kalahari e chi in un liceo francese di Abidjan. Di certo sono tutti molto globali perché l’Africa dipende tantissimo dal mondo esterno e i giovani crescono con l’idea che “la comunità internazionale” sia quasi una persona reale. Per un adolescente americano sarebbe impensabile. Mettiamola così: i giovani americani globalizzano, i giovani africani sono globalizzati.».

Possiamo parlare di una generazione Peter Pan, tenuta lontana dall’età adulta?

«Peter Pan e i suoi bambini perduti non vogliono crescere. Gli africani invece non hanno i mezzi per crescere, sono “adulti falliti” contro la propria volontà. Fanno del loro meglio per emanciparsi, anche emigrando. Sono dei pionieri, l’opposto dell’eterna giovinezza».

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