Metti la luce nelle bottiglie usate e salverai il pianeta

Ma non è la plastica il nemico n°1 degli oceani

Immaginate la terra interamente coperta dall’oceano. La vita continuerebbe? Sì. Ora immaginate che ci siano solo terre emerse. La vita continuerebbe? No: il pianeta è vivo grazie agli oceani. Da animali terrestri stentiamo a capirlo. Il clima, le stagioni, le piogge, dipendono dall’oceano. Tutto quello che produciamo, consumiamo e gettiamo, prima o poi finisce in mare. Il 71% della superficie del pianeta è coperto dagli oceani, ma una superficie non basta per misurarli. La profondità media dell’oceano è 3.500 m: l’ambiente acquatico si misura con un volume, non con una superficie, e rappresenta più del 90% dello spazio abitabile dalla vita. Non possiamo far finta che non ci sia, o che sia marginale. L’oceano non conosce confini, non ci sono barriere politiche che possano fermare la natura, e anche i danni che le facciamo.

Ora siamo pronti per parlare di sostenibilità: ogni crescita del capitale economico deve avvenire in modo che il capitale naturale non sia eroso. La natura si rinnova e noi la dobbiamo “consumare” in modo da permetterle di rigenerarsi; se il tasso di consumo eccede il tasso di rinnovo entriamo nell’insostenibilità, viviamo a debito, e il creditore è la natura. Un creditore che non guarda in faccia nessuno, quando presenta il conto. L’economia dominante considera l’erosione del capitale naturale come un’esternalità. Qualcosa da mettere all’esterno delle analisi costi-benefici e, se si parla di protezione della natura, si viene accusati di fermare lo sviluppo. Cattiva economia: i costi economici derivanti dalla distruzione del capitale naturale sono enormi e vanno contabilizzati. Le inondazioni, le carestie, le siccità, gli sconvolgimenti climatici causano danni enormi alle vite delle persone e alle economie degli stati. Le masse di rifugiati che premono alle porte dei paesi sviluppati fuggono da situazioni insostenibili generate dal deterioramento della natura, a cui seguono guerre, carestie, epidemie.

Il problema è globale, e ogni impresa ha ripercussioni sul resto del pianeta. Prima di tutto sull’oceano, dove va a finire gran parte di quel che facciamo, attraverso i fiumi e l’atmosfera. Quanto Natta inventò la plastica vinse il premio Nobel e innescò una crescita miracolosa dei nostri sistemi produttivi. Nessuno si sognò di dire che, tempo cinquant’anni, non avremmo saputo come liberarci dalla plastica, che gli oceani ne sarebbero stati stracolmi, che si sarebbe frammentata in microplastiche, entrando nelle reti alimentari per arrivare a noi, avvelenandoci. Chi avesse messo in guardia da questi rischi sarebbe stato accusato di essere contro il progresso. La plastica non è il nemico numero 1 degli oceani. Il primo e più subdolo è il riscaldamento globale, anch’esso derivante da attività “terrestri”. Poi c’è la pesca industriale che sta distruggendo le ultime popolazioni naturali di grossi animali. Poi ci sono la distruzione degli habitat e l’inquinamento. La plastica è una frazione dell’inquinamento. Oggi pare che, tolta la plastica, l’oceano sia salvo. Non è così. L’Europa lo sa benissimo e, con la Direttiva Quadro della Strategia Marina, ha stabilito che entro il 2020 tutte le acque europee raggiungano il Buono Stato Ambientale, sancito da undici descrittori il primo dei quali, da solo, dice tutto: la biodiversità deve essere mantenuta. Gli altri dieci prendono in considerazione tutti i possibili impatti e chiedono che questi siano mantenuti al di sotto dei limiti di tolleranza degli ecosistemi. Le Nazioni Unite lanciano il decennio degli oceani. Non c’è bisogno di altre leggi, di altri trattati. Bisogna reinventare il nostro modo di produrre e consumare. Oggi abbiamo il problema di dismettere impianti obsoleti. E i costi di dismissione sono enormi. A volte, come per le centrali nucleari, non sappiamo neppure come farlo. D’ora in poi dobbiamo progettare pensando già a come dismettere quel che avremo consumato. Che fine faranno i pannelli fotovoltaici? O le batterie delle auto elettriche? Dobbiamo investire moltissimo in tecnologia, ma dobbiamo investire altrettanto in ecologia. Una legge della natura impone a tutte le specie di cercare, ma una seconda legge della natura pone limiti alla crescita di qualsiasi specie. Quanto più una specie cresce, tanto più entra in una zona di pericolo per la propria sopravvivenza, perché erode il capitale naturale che la sostiene. La specie in pericolo siamo noi, a causa del nostro enorme successo. Dobbiamo obbedire a entrambe le leggi della natura, quella della crescita e quella del limite. E dobbiamo capire la differenza tra crescita e sviluppo. Un organismo, una volta sviluppato, smette di crescere. Se continua a crescere diventa obeso: la nostra economia è obesa! Dobbiamo metterla a dieta e dobbiamo ridisegnarla completamente. Un’occasione inaudita di sviluppo! Pare che la volontà politica di sostenere queste decisioni sia universalmente riconosciuta, ma pare anche che nessuno la voglia mettere in pratica. Le generazioni che dovranno pagare i nostri debiti con la natura sono molto arrabbiate con noi. Come dar loro torto?

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