LETTERE&IDEE

L’obiettivo è la Chiesa di Francesco

gian enrico rusconi  
30 marzo 2019
Articolo selezionato dal quotidiano

Il salto di qualità che sta acquistando il «Congresso internazionale delle famiglie» nell’attenzione pubblica e pubblicistica non dipende semplicemente dai toni fortemente polemici delle tesi sostenute. Ma dall’evidente e intenzionale dimensione politica che la caratterizza. Ai lavori sono presenti il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Interni Matteo Salvini e due ministri leghisti con ruoli istituzionali importanti per i temi trattati, il ministro (pur senza portafoglio) della famiglia e di quello dell’educazione. Sono presenti anche Giorgia Meloni dei «Fratelli d’Italia» e altri ancora. Tutti politici che sempre si sono schierati a favore almeno di parte delle posizioni degli organizzatori del Congresso: difesa della famiglia cosiddetta «naturale», contrasto al riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso e talvolta anche delle unioni civili, contrasto alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, denuncia di una fantomatica (e immaginaria) teoria gender che vorrebbe che ciascuno scegliesse a piacimento il proprio orientamento sessuale.

Questi politici pensano seriamente che la famiglia «naturale» sia oggi minacciata? Si augurano una revisione della legislazione sull’interruzione della maternità? Vedono una débacle morale nel riconoscimento delle «unioni civili» omosessuali? Condividono le tesi di Massimo Gandolfini, leader del Family day che «da un’unione donna donna e uomo uomo, non nasce una vita, per cui non possono essere genitori?». E allora che ne è del principio dell’adozione?

Viene il sospetto che dietro a tutta la manifestazione di Verona ci sia la malcelata intenzione di mettere in difficoltà la Chiesa di Francesco, considerata troppo permissiva su queste tematiche. O quanto meno non sufficientemente combattiva. Si ha l’impressione che partiti politici, ufficialmente presenti alla manifestazione veronese, coltivino la volontà di attingere, anzi di sollecitare dissensi latenti di credenti «tradizionalisti», trasformandoli in consenso politico a proprio vantaggio.

È quanto accade nelle nazioni che si autodefiniscono ufficialmente «cattoliche», come Polonia o Ungheria. In questi Paesi l’anti-immigrazione, l’anti-islamismo, il sovranismo o comportamenti definiti di «democrazia illiberale» attingono a piene mani ad un cattolicesimo ultraconservatore che non ama Papa Francesco.

Naturalmente dal tipo di manifestazione quale si sta rivelando a Verona, potrebbe uscire un risultato opposto a quello desiderato dagli organizzatori e dai loro sostenitori politici. Potrebbe ricrearsi non solo una mobilitazione del movimento ampio e variegato delle donne, ma anche la reazione di quella parte del mondo cattolico che - senza rinunciare ai propri principi – è rispettoso dei comportamenti e delle ragioni di chi la pensa diversamente. A ben vedere, siamo davanti all’ennesima prova dell’autentica laicità del nostro Stato che tutti a parole dicono di volere.

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