Brexit o non Brexit W Londra

Un tunnel sotto la Manica per Sherlock Holmes

Arthur Conan Doyle amava la sua Terra e, per difenderla, sarebbe stato felice di dare la vita. Lo ricorda anche la sua lapide, una sobria croce di pietra posta nel retro del giardino della Chiesa di Ognissanti a Minstead, New Forest, che lo definisce «patriota» prima che «dottore e uomo di lettere». Dimentichiamo che per far morire Sherlock Holmes decise di spedirlo sul Continente e per resuscitarlo lo richiamò a Londra. Un segnale chiaro, eppure sarebbe un errore accusarlo di xenofobia. Perché se è vero che avrebbe sottoscritto un manifesto intitolato «Prima i britannici», bisognerebbe essere avventati per convincersi che, fosse ancora fra noi, avrebbe votato contro l’integrazione europea e in favore della Brexit.

Come tutti gli uomini e le donne che hanno viaggiato Doyle era un cittadino del mondo. In una vita di girovago cominciata come medico di bordo di una baleniera, e conclusa a fare il conferenziere senza confini, il romanziere scozzese ostentò sempre curiosità e passione per lo straniero e il diverso da lui. Persino dopo la Grande Guerra - conflitto che gli strappò cinque famigliari fra cui un figlio - vinse la tentazione di farne una questione personale di odio per gli ex nemici. In una lettera a un corrispondente tedesco, scritta a fine 1918, ammise che «sebbene abbia sofferto così tanto, e abbia orrore per quel che ha fatto la Germania, non provo risentimento nei tuoi confronti».

Cinque anni e mezzo prima, quando il massacro appariva a molti inevitabile, Sir Arthur sostenne ripetutamente l’esigenza di difendere la Francia per garantire la stabilità dell’Europa. In un pamphlet intitolato Great Britain and the Next War (febbraio 1913!) definì «nostro interesse vitale che la Francia non sia smembrata e sterilizzata» perché «una simile tragedia trasformerebbe la metà occidentale dell’Europa in una gigantesca Germania con pochi Stati insignificanti accovacciati ai suoi piedi». Qualora Parigi fosse attaccata, insisteva, «dobbiamo sforzare ogni nervo per impedirle di cadere», anche con «l’invio di un corpo di spedizione britannico per coprire l’ala sinistra o belga delle difese francesi».

Doyle si schierava così col sogno di una lega delle nazioni indipendenti, unite nella difesa della libertà e del reciproco interesse. Non è un caso che, in quegli stessi anni prebellici, Doyle pubblicò una serie di scritti in favore della costruzione del tunnel sotto la Manica che sarà completato solo alla fine del XX secolo. Ad alimentare la convinzione era anzitutto l’esigenza di difendere le democrazie. Tuttavia il romanziere vedeva anche l’aspetto economico di una simile intrapresa.

In una lettera apparsa l’11 marzo 1913 Sir Arthur afferma che, «una volta costruito (il tunnel) potrebbe essere fonte di grande profitti per il Paese». In effetti, precisa, «potrebbe stimolare i commerci con il Continente», senza dimenticare che «potrebbe condurre in Inghilterra molte migliaia di viaggiatori ogni anno che in questo momento vedono nella traversata in barca un deterrente». In sintesi, già vedeva le due «T» che pompano miliardi nel Regno Unito ancora oggi: Trade e Tourism. Le stesse che oggi rischiano di essere severamente mutilate dalla Brexit.

«Sono liberale», assicurò Doyle in più occasioni. Non liberista. Candidato al parlamento, nel manifesto elettorale propose di introdurre dazi sui beni prodotti anche dai lavoratori britannici e di toglierli sulle materie prime. La volontà di tassare l’importazione di beni preziosi, a partire dai diamanti, era figlia della propensione quasi socialista che lo portava a badare agli inermi. «Nonostante tutto sono protezionista», scrisse al New Spectator del 4 luglio 1903. Molto britannico, in un senso classico. Ma pur sempre inclusivo.

Nel primo romanzo della saga sherlockiana, “Uno studio in rosso”, Doyle fa dire al Daily Mail che “il despotismo e l’odio verso il liberalismo che animavano i governi continentali avevano costretto a rifugiarsi in Gran Bretagna un gran numero di uomini che avrebbero potuto essere ottimi cittadini, se non fossero stati inaspriti e amareggiati dal ricordo dei soprusi subiti”. Protezionista, per bisogno, dunque. Attento ai deboli e alla stabilità europea. Xenofobo e anti-immigrati, mai. E, allora, perché avrebbe dovuto votare per la Brexit?


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