Brexit o non Brexit W Londra

Remainer o remoaner? Intanto la Brexit sta cambiando l’inglese

Cosa c’è in un nome?” si chiedeva Shakespeare. Se il nome è Brexit, la risposta è complicata, ma su una cosa non c’è dubbio: come “selfie” o “fake news”, la parola “Brexit” è immediatamente entrata a far parte del vocabolario di questo Paese, e non solo. E con essa neologismi, espressioni, modi di dire che stanno modificando la lingua inglese. Nel 2016, l’anno del referendum, Brexit è stata eletta parola dell’anno dal Collins English Dictionary ed è entrata ufficialmente nell’Oxford English Dictionary, che la definisce come “(la proposta di) ritiro del Regno Unito dall’Unione Europea e il processo politico ad esso associato”.

Le origini

Secondo gli esegeti, il termine è stato inventato nel 2012 da Peter Wilding, fondatore del gruppo “British Influence”. Tale è stato il successo della parola, e i demoni che ha scatenato nel Paese, che Wilding se n’è pentito. Prima di Brexit c’era stata Grexit, poi sarebbero venute Frexit e Italexit, per fortuna queste ultime rimaste sulla carta. Agli albori qualcuno ha provato la variante “Brixit”, ma non è durata. «Brexit si è diffusa a velocità impressionante», ha detto alla BBC Craig Leyland, uno dei linguisti dell’Oxford Dictionary. «Già alla fine del 2016 era una parola globale».

Hard, soft, blind… quale Brexit?

La Brexit ha generato dei mostri linguistici da cui è impossibile scampare se si vive nel Regno Unito. Il “Brexit means Brexit” ripetuto ad nauseam da Theresa May fa ormai parte del lessico politico, anche se ancora nessuno sa cosa volesse dire. Per mesi tutti a discutere di hard Brexit (taglio netto dalla Ue) o soft Brexit (si resta parte del mercato comune). Ma la Brexit può anche essere blind, cieca, se si esce senza sapere dove si va, o a cliff edge, che non vuol dire essere sull’orlo delle bianche scogliere di Dover ma indica l’uscita a precipizio, senza accordo. Quel che è peggio, non c’è impiegato che lasci un posto di lavoro senza coniare orrori come Jexit (per John exit), Chrexit (per Chris) o simili.

Brexiteer contro Remainer

Sono poi nate nuove categorie antropologiche: il Brexiter o Brexiteer ha votato per uscire; il Remainer per restare, ma spesso si trasforma in un Remoaner, figura tipicamente associata all’élite metropolitana londinese che non accetta il risultato del referendum e se ne lamenta (da “moan”, lamentarsi); nella versione estremista diventa Remaniac, cioè un maniaco.

Chi si pente di aver votato per l’uscita ed è affetto dai rimorsi prova il Bremorse o il Bregret; chi ha deciso di partire dopo il risultato del referendum fa parte del Brexodus.

Fudge, uova e torte

Per non parlare delle infinite metafore culinarie che hanno accompagnato i negoziati tra Londra e Bruxelles. Per Pascal Lamy, l’ex direttore generale del WTO, il tentativo del Regno Unito di districarsi dalla Ue «è pari al tentativo di tirare fuori un uovo da un’omelette», e Lamy è francese, dunque di omelette se ne dovrebbe intendere. Theresa May è famosa per il suo fudge, che in questo caso non è il dolce inglese ma una certa vaghezza che le consente di evadere le questioni principali. L’Ue ha proibito il “cherry-picking”, traduzione: non vi potete mangiare solo la ciliegina sulla torta e lasciare quello che non vi piace. E per restare in tema di torte, Boris Johnson, l’ex ministro degli Esteri e volto della Brexit, è ricorso ad un vecchio detto per illustrare i vantaggi, a suo dire, dell’uscita: “have your cake and eat it”, un po’ come il nostro “avere la botte piena e la moglie ubriaca”.

Brexit fatigue

E se alla fine di quest’articolo non ne potete più di Brexit, e vi sentite affaticati come la gran parte dei cittadini britannici, provate anche voi la Brexit fatigue.


[Numero: 166]