Brexit o non Brexit W Londra

Nemico degli immobiliaristi e amico dei finanzieri Per Sadiq, London rimane “open”

Sadiq Khan, laburista, musulmano, figlio di un autista di bus pachistano emigrato negli anni ‘60, ha 48 anni ed è il sindaco di Londra dal 9 maggio 2016. E si ricandiderà nel 2020. Forse la città per allora sarà la capitale di un regno rimpicciolito e fuori dall’Unione europea, ma sarà pur sempre il magnete che attrae curiosità, turismo, business, glamour da ogni angolo del globo.

I sindaci londinesi sono sempre stati personaggi a loro modo eccentrici, portatori di un’agenda che poco aveva a che fare con il mainstream del partito che rappresentavano. Ken Livingstone, detto “Ken il rosso” perché più a sinistra di lui nel Labour non c’era nessuno, era così ossessionato dall’ecologismo che nel maggio del 2006 gridò ai quattro venti che per non sprecare acqua, a casa sua da 15 mesi nessuno tirava lo sciacquone dopo aver soltanto urinato. Magnificava il gesto come salvifico per il pianeta invitando i cittadini a imitarlo, nei loro wc s’intende.

Gli succedette Boris Johnson, etoniano e conservatore, anche lui eco-compatibile, portafoglio smisurato per le Olimpiadi e piste ciclabili e tanto concentrato – scrisse il Guardian – a portare nel mondo il brand “Boris Johnson” da dimenticare che c’era una città da gestire. Johnson scelse la Brexit e con la sua zazzera gialla ne divenne il volto.

Ecco perché dopo di lui – siamo nel 2016 - non poteva che arrivare Sadiq Khan. Né troppo di sinistra, né troppo Boris Johnson, ma pur sempre fuori dagli schemi, primo musulmano a City Hall e storia alla Obama alle spalle. Khan, più di tanti white male british, incarna lo spirito del tempo, ed è il fulcro di quello che Londra è diventata negli anni: melting pot e terra di opportunità. In poco più di due anni di reggenza, Khan è stato global, british, di sinistra, pragmatico, ecologista, nemico delle lobby immobiliari e amico della finanza, determinato e con le idee chiare.

Soprattutto europeista convinto. Non perché il sogno europeo gli sembrasse il migliore possibile, ma per quell’innato pragmatismo che pervade i britannici. Ci si noterà di più se stiamo fuori dalla Ue, ma abbiamo più successo se restiamo dentro, è il leit motive che Khan ha suonato sin dall’alba del 24 giugno 2016 quando i leavers celebravano il successo nel referendum. Così si è messo alla testa di un movimento per chiedere un voto bis (il Labour quasi 3 anni dopo sta ancora riflettendo se questa può essere la sua posizione ufficiale), quindi ha chiesto “pietà” per Londra proponendo di tenerla – quasi come città stato – agganciata al business finanziario europeo. A fine anno ha fatto colorare la London Eye con i colori e stelle dell’Unione. “Traditore” gli hanno detto i più trinariciuti dei brexiters accusandolo di usare un evento di tutti per fare propaganda. Lui ha rilanciato il suo slogan prediletto, “London in open”, Londra è aperta. Che non significa solo che la Brexit qui non attecchirà (più di tanto) ma che la capitale resterà il luogo in cui culture diverse troveranno sempre sintesi. Gli europei a Londra sono oltre un milione, nella capitale il 44% degli abitanti appartiene a una minoranza etnica e i “britannici” fra il 2015 e il 2018 sono calati del 6%.

Anche Sadiq Khan come Boris Johnson ama ricorrere al suo brand sulla scena internazionale. E se da una parte diventa l’uomo che – all’indomani dell’attentato al Borough Market nel 2017– invoca fermezza contro il terrorismo islamico ma tende la mano al mondo musulmano, d’altra indossa i panni del capopopolo quando si dice contrario alla visita ufficiale di Trump e sfida Theresa May e ogni sua mossa sulla Brexit. Quasi fosse lui, e non il tentennatore Corbyn, il leader del Labour e non “solo” il sindaco di Londra. Almeno lui però una visione per il futuro sembra possederla.

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