Brexit o non Brexit W Londra

Mike Leigh, da Peterloo 1819 un ammonimento democratico contro l’autodistruzione di oggi

È ambientato nel 1819, tre anni dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, in un’Inghilterra dove il diritto di voto riguarda solo il 2% della popolazione e la classe lavoratrice non riesce a sfamarsi. Eppure Peterloo, il film che Mike Leigh ha dedicato al massacro di Manchester, in cui gente comune scesa in piazza per chiedere riforme e migliori condizioni di vita divenne oggetto della violenta repressione dell’esercito, ha un sapore contemporaneo, come se, descrivendo le tragedie di ieri, mettesse in guardia su quelle di oggi. Da quell’episodio, 60mila persone mobilitate, 15 morti e 700 feriti, prese il via un lungo e tormentato viaggio verso la democrazia che, nella Gran Bretagna attualmente «malata di Brexit» è, secondo Leigh, di nuovo in pericolo.

Perchè raccontare proprio adesso la storia di «Peterloo»?

«Ho iniziato a fare ricerche per il film nel 2014, quando noi inglesi ancora non sapevamo che saremmo precipitati nel disastro della Brexit. Sono nato a Manchester, a 15 minuti dal luogo dove si svolsero gli avvenimenti e mi aveva sempre colpito il fatto che nessuno sapesse niente di quello che era accaduto, come se si trattasse di un segreto ben custodito, trascurato anche nei testi scolastici. Poi, appunto, mentre preparavo il film e i mesi passavano, il morbo si è propagato, sono successe cose da noi, in America con l’elezione di Trump, e anche da voi in Italia. Ora il paradosso è sempre più evidente. Allora si lottò strenuamente per la democrazia e in effetti Brexit appare come il frutto di istanze democratiche, caratterizzato, però, da molti inganni, simili a quelli messi in atto dalla classe dominante ai tempi di «Peterloo».

La democrazia inglese ha una sua storica tradizione, secondo lei è in pericolo?

«L’assurdo è esattamente questo. Siamo al centro di un processo di fondamentale metamorfosi, come, se nel corpo democratico, si fosse annidato qualcosa di pericolosamente autodistruttivo, un germe che lo distrugge dall’interno. Non so se ci siano effettivi pericoli, ma è un fatto che il tracollo sia partito dalla certezza scontata che il Parlamento rappresenti la volontà del popolo. Proprio quel Parlamento, espressione del voto popolare, si è trovato a un certo punto disarmato, impotente, davanti a spinte crescenti, dettate da paura, ignoranza, xenofobia, e ora chissà che cosa succederà. Non dimentichiamo poi, che, in Germania, fu proprio il processo democratico a consentire l’ascesa di Hitler».

Di «Peterloo» fa parte anche una riflessione sul ruolo dell’informazione che allora aveva potere e che, ora, anche se sempre più invasiva, inarrestabile e globale, sembra averlo perso.

«Sì, all’epoca la maggioranza della popolazione era analfabeta e aveva fame di notizie, c’era un numero elevato di giornali e succedeva che la gente si riunisse per ascoltare persone che leggevano gli articoli a voce alta, a beneficio di chi non poteva farlo. Sui fatti di “Peterloo” ci furono testate di destra che non dissero la verità, altre che, invece, fecero racconti dettagliati, suscitando scandalo. Il Times of London, per esempio, pur essendo un giornale conservatore, riportò nei dettagli tutto quello che era accaduto. Rispetto alla stampa ho un atteggiamento piuttosto cinico, ma credo ancora in quella che fa il suo dovere. Fa comunque riflettere il fatto che in quel periodo tremendamente oscuro, in cui non esisteva ancora il suffragio universale, la comunicazione fosse migliore di quella attuale, spesso travolta spesso da un eccesso di informazione. Certe volte penso che tutti noi potremmo prendere un momento di pausa, ricercando, magari, un modello di esistenza più semplice e uno scambio umano più autentico».

Lei è maestro del realismo inglese, nei suoi film ha descritto la Gran Bretagna di oggi, le periferie abbandonate, la classe media in difficoltà. In questo momento il suo sguardo tende più all’ottimismo o al pessimismo?

«Tutti i miei film sono politici, questo lo è in modo chiaro e diretto, ma, come gli altri, apre discussioni e lascia alle persone la possibilità di farsi una propria idea dei fatti. Durante le riprese è nato mio nipote e io ho pensato spesso che questo bambino arriverà a vedere la fine del 21esimo secolo. Il senso profondo di Peterloo è ambivalente, proprio come mi sento io in questa fase. Guardando crescere il piccolo non posso che sentirmi ottimista, ma, osservando quello che accade nel mondo, l’affermarsi ovunque della destra, la paranoia crescente, mi viene di essere pessimista».

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