Brexit o non Brexit W Londra

Mary Quant per sempre Londra ricerca lo swing

Londra sa come oscillare, conosce bene l’arte dello swing perché lo ha trasformato da moda a stato d’animo e ora che è costretta a inventarsi un nuovo ritmo, un altro respiro, riscopre chi le ha insegnato ad aprirsi, a svelarsi. La Londra in panico da Brexit celebra Mary Quant e riapre le porte di un mondo che l’ha cambiata.

Minigonne, certo, quelle esposte al Victoria&Albert Museum in una retrospettiva che sa di anni d’oro piazzati in tempi bui e modelle e foto e tutto quanto viene in mente nel gioco delle associazioni più semplici, ma molto altro e molto di più. Ogni appuntamento ricostruisce una tessera di quello stato d’animo frizzante e creativo che ora farebbe tanto comodo. Mary Quant e i suoi disegni, Mary Quant e i suoi colori che ancora vanno in strada, a protestare contro le conseguenze di un referendum mai digerito. È successo anche nell’ultimo weekend e nelle marce c’è sempre qualche frangetta ostinata che rifiuta di vedere il futuro come lo descrivono. Va reinventato, come faceva lei, Miss Quant e come faceva quel gruppo di designer, architetti, stilisti che hanno animato il «Chelsea set» oggi rievocato al Fashion and Textile Museum di Bermondsey. Siamo in uno dei quartieri rimodellati dalla Londra che si è allargata negli ultimi decenni, uno dei distretti sotto il Tamigi che gira intorno a gallerie e mercati organici, ai caffè e il famoso «Chelsea Set», che a fine Anni Cinquanta si muoveva per King Cross, è partito da un ambiente molto simile.

The Orrey, un locale in peno centro che nel 1953 esponeva il cartello «Brewery», metteva gli ortaggi sui disegni della vetrata e i poster delle mostre alle pareti: era il centro della vita sociale. Tutto molto familiare, per noi, non per la giovane Quant e il suo giro.

Allora si stava in casa, perché la propria abitazione era tornata un posto sicuro da poco. Dopo la guerra e i bombardamenti e la paura, si pensava alle tendine invece che alle spranghe per sbarrare le finestre e il fuori era un concetto molto vago. Anche questo suona familiare. Il voto pro Brexit viaggia sull’onda di una paura indefinibile, si appoggia al bisogno di chiudersi per sentirsi protetti, al rifiuto del confronto e alla convinzione stonata che la Gran Bretagna se la possa cavare meglio per conto proprio. Come ha sempre fatto. Solo che proprio all’apice della sua autosufficienza, Londra è diventata swinging per mescolare, comunicare, confondere, ampliare l’orizzonte, uscire dal soggiorno, bere il caffè invece del tè e stare a gironzolare per negozi aperti con vetrine alte e luce che entra e spazio condiviso: come Habitat, là dove Londra incontra il design italiano e il gusto francese. Dove comincia a prendere, innestare e trasformare con una colonna sonora e uno spirito tutto suo. Lo fa ancora oggi con altri sapori, culture di ogni dove e la multietnicità che ne ha venato l’umore e l’ha resa globale come nessuna. Un ritratto che la Brexit minaccia.

Gio Ponti, Piero Fornasetti dove il nostro meglio incrocia il loro inizio e poi French Country Cooking un libro uscito per la Penguin nel 1959 che ha rivoluzionato tavole e cucine. Il «Chelsea set» è partito da lì e ha arredato e dipinto la Swinging London con il cuore della vecchia Europa e la colonna sonora dell’America sfrenata. Così è diventata l’Inghilterra più audace.

Mary Quant non era affatto sola, la «Lifestyle revolution», raccontata oggi in dibattiti ed esposizioni, rispolverata dalla tv e dagli stilisti contemporanei viene messa in piedi da un gruppo di amici. Donne e uomini e nessun portavoce, anche se resta soprattutto il nome di Mary erano pari grado, stessi diritti, spazi e retribuzioni. Quant lavorava con il marito Alexander Plunket Greene e con il suo compagno di scuola Terence Conran che poi diventa un socio.

Plunket Green è un tipo annoiato dalla routine, troppo brillante per trovare un posto in stagioni squadrate e abituato a pensare fuori dalle righe. Conosce Conran a scuola e i due hanno un mentore nella ricerca del bello e dell’inedito, Eduardo Paolozzi: scrittore, scultore, disegnatore, creativo e incisore britannico. Segna pure una strada e i ragazzi a cui l’Inghilterra va stretta lo seguono. Lavorano in stanze affittate che lentamente si evolvono in «Conran Design Group» e all’inizio immaginano tappezzerie che tengano conto della tradizione «House&Garden», rivista che per altro li ha sempre supportati, e pure delle influenze africane. Abbinamenti tra dentro e fuori che hanno negli anni trasformato Londra in una capitale del mondo. Il ruolo che ora rischia di perdere.

Nel ristretto circolo dedito all’immaginazione ci sono anche Bernard e Laura Ashley: prendono la storia vittoriana e la inseriscono con riferimenti ironici in un presente in movimento. Sono subito classici. Quando tutta questa gente si ritrova insieme è come aprire una lattina di coca cola dopo averla agitata. Fantasia senza freni e pure con molta schiuma: gonne cortissime, impermeabili di plastica, il fluo, i pois, il tweed tagliato come non si era mai visto, le calze colorate, gli stivaletti alla caviglia e via dritto fino ad «Alfie», 1965: Michael Cane porta al cinema il «Chelsea set» che a quel punto si è ribattezzato «ginger group». E persino lo zenzero ha avuto il suo bel successo.

Nel 1964 apre Habitat e il posto dà una forma definitiva a quella Londra, a quella voglia di trasformare la propria casa e lasciar entrare altri accenti, toni, significati. Ci si muove da Bazaar, i negozi pensati da Mary Quant per vendere le linee che firmava, «costruiti come una bouillabesse» ovvero ricchi, vari, piccanti e senza alcun ordine costituito.

Habitat va oltre perché a quel punto la visione è chiara, la musica ha permeato l’aria e il punto di riferimento sulla mappa è già evidente. È una guida su come vivere e la gente si piazza in casa il salotto privato così come è esposto nella via più frequentata di Londra. Habitat non è affatto un grande magazzino eppure ci entra tutto e ci puoi stare per ore e incontrare chi vuoi. C’è lo stesso sciamare di Carnaby Street.

Quel negozio vendeva un modo di essere ed è stato clonato in molte città in Europa e negli Stati Uniti, in Asia, in Australia. È stato la moda ed è anche passata o meglio si è diffusa e frammentata in infinite imitazioni che tuttora ne dichiarano il debito o ne depredano il concept.

Adesso che la Gran Bretagna oscilla di nuovo torna tutto in circolo: i ricordi, i vestiti, le foto di David Bailey con Mick Jagger già in fuga dalla fama, la Union Jack portata con strafottenza come miniabito, Françoise Hardy negli scatti nella cabina telefonica, rassegne di film e serate che rievocano quando Londra si è scoperta nuova e aperta.

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