Il paese dei figli unici

Una famiglia di amici e un po’ di malinconia

I figli unici, oggi, sono un po’ meno soli. Proprio perché sono la maggioranza: prevale la famiglia «cortissima», quattro nonni, due genitori e un figlio. Non una posizione invidiabile, portare da soli sulle spalle il peso di ansie e aspettative degli adulti, ma, dato che è ampiamente condivisa, diventa più facile ricreare il rapporto fraterno con coetanei afflitti dalle stesse ambasce.

Resta comunque un cambiamento epocale, così la narrativa di questa generazione senza fratelli si adegua: «Non è più tempo di grandi famiglie - spiega Martina Russo del Premio Andersen, che ogni anno seleziona i migliori libri junior e ora si sta preparando alla Children’s Book Fair di Bologna - nè quelle tradizionali alla Piccole donne, né quelle fantasy di Una serie di sfortunati eventi. I protagonisti oggi sono quasi sempre figli unici, tranne qualche titolo per piccolissimi incentrato sul momento della nascita del fratellino. E il rapporto con gli amici supplisce quello con i fratelli». Basti pensare a Lost and found di Brigit Young, Feltrinelli Up , incentrato sulla solitaria fotografa 13enne Tillie, o a Fishboy di Chloe Daykin, Giunti, sulle avventure del dodicenne Billy e la sua passione per il mare. Gli unici fratelli al centro delle storie «sono quelli con qualche difficoltà - continua la Russo -. Come nel caso del notissimo Wonder di R. J. Palacio (Giunti), dove non manca il vivido punto di vista della sorella, seccata perchè tutte le attenzioni dei genitori sono per lo sfortunato Auggie. O lo spagnolo Il pezzettino in più di Cristina Sánchez-Andrade (Feltrinelli), storia di due sorelle di cui una è affetta da sindrome di Down». A volte le difficoltà sono familiari più che personali come nella famiglia spezzata di Apple e Rain di Sarah Crossan (Feltrinelli), dove i fratelli si incontrano già grandi.

Le storie su famiglie allargate e fratelli di genitori diversi, invece, sono poche: «È un tema già sfruttato a fondo negli Anni 90 - spiega Russo - quando il problema si era diffuso a macchia d’olio. Oggi è considerato un dato acquisito».

Piuttosto ci sono storie di famiglie affidatarie e adottive, come in Oro, di Marcel A. Marcel (Feltrinelli) dove la solitaria 13enne adottiva Lena è costretta a rapportarsi con i nuovi fratelli, una banda sgangherata e piena di colore. Mentre la quindicenne affidataria Carley in Una per i Murphy di Lynda Mullaly Hunt (Uovo nero) finisce in una famiglia da spot pubblicitario: ordinata, carina, perfetta... In La mia vita da Zucchina di Gilles Paris (Piemme) le premesse sono quelle di una tragedia, ma il piccolo Icaro, affidato a una casa famiglia, scopre che un’altra vita con fratelli acquisiti è possibile.

«Il fatto di partire spesso da un vissuto malinconico e concentrarsi su casi complicati - spiega Russo - non nasconde la presunzione di fornire una cura a tutti i problemi, piuttosto vuole suscitare un’identificazione universale. La grande diversità comprende dentro di sé tutte le piccole diversità quotidiane che il bambino patisce nelle sue prime esperienze sociali».

Amici e fratelli, però, non è proprio la stessa cosa: gli amici li scegli, con i fratelli devi fare i conti, in un’autentica palestra di tolleranza. E poi gli amici sono dei pari, il legame tra fratelli è ricco di ambivalenze: sono minori da tormentare o di cui prendersi cura, o maggiori da sfidare e da imitare. La posizione di nascita, insegnava già il grande Alfred Adler, influenza profondamente la vita sociale futura e la famiglia corta priva di questa esperienza formativa, appiattendo i rapporti tra età diverse. Così resta un po’ di nostalgia pensando alla tenda in soffitta sotto cui si rifugiano i tre fratelli orfani Violet, Klaus e Sunny Baudelaire di Una serie di sfortunati eventi, «quel genere di persone che sanno che c’è sempre qualcosa. Qualcosa da inventare, qualcosa da leggere, qualcosa da mordere. E qualcosa da usare per creare un rifugio» dove imparare la difficile arte della fratellanza.


[Numero: 165]