Il paese dei figli unici

Quelli che sognano un parco fiorito o un tuffo nel mare

Faceva freddo lassù, quando mi suicidai, buttandomi dall’ultimo piano della scuola». Il racconto di Donatello Molinari, 13 anni, di Potenza, inizia con un’azione brutale, senza speranza. Precipita nel vuoto, ma non finisce «spiaccicato». L’adolescente disperato «si appallottola, rimpicciolisce, le mani entrano nel petto, le gambe si uniscono alla testa». Rimbalza. Si trasforma in un pallone da basket. A raccoglierlo è Jason, un ragazzo «molto alto, mingherlino e con i capelli castani». Tutti e due sono poveri, tutti e due hanno sogno: giocare a basket nell’Nba e «conoscere giocatori fortissimi». Andrà così, anzi pure meglio. Perché Jason ha talento. È bravo e il suo pallone speciale lo aiuta a vincere le partite più importanti.

Si allena, si impegna, e diventa anche lui un «giocatore fortissimo». Compra una casa nuova per sé, un’altra per il padre. Ma soprattutto «aiuta i ragazzi e i bambini che erano come lui». La storia del «ragazzo dei miracoli» inventata da Danilo per il concorso letterario “#Conibambini - Tutta un’altra storia” inizia con la più estrema delle fughe, la morte, scelta perché la vita non offre nessuna alternativa. Nelle parole di Carlo Borgomeo, presidente dell’impresa sociale “Con i bambini”, l’altra faccia dell’incapacità di immaginare il futuro è la «mancanza». Mancanza di relazioni. Di musica, teatro, sport. Di un libro da sfogliare a casa, un parchetto fiorito, un bel posto dove passare il tempo con gli amici, una gita fuori città. Sono le opportunità negate ai bambini. Quelle a cui avrebbero diritto per costruire per sé un futuro diverso da quello che il destino ha scelto per loro.

In Italia un milione e ottocentomila bambini vivono in povertà assoluta. Uno su otto. Significa «non potersi permettere le spese minime per condurre una vita accettabile».Le disuguaglianze si accentuano, la povertà è un «abito mentale», privazione e stigma che si trasmette dai grandi ai piccoli.

Lo spiega bene Luca Lorenzo, 16 anni, di Novoli, provincia di Lecce, che scrive: «Parlo di quei ragazzi che vivono nell’ombra della loro ignoranza, che crescerà con loro. Parlare di sogni è difficile in un contesto in cui l’unico sogno è uscire da quel contesto».

C’è un “lontano”, un “altro”, che per tantissimi bimbi italiani semplicemente non esiste. L’atlante della povertà non risparmia né le piccole né le grandi città. La periferia non è più da contrapporre al centro, somiglia più a un’isola. Vivono in un’isola i bambini di Arghillà, quartiere popolare di Reggio Calabria. I cumuli di immondizia non riescono a rovinare il meraviglioso panorama dello Stretto che si gode dai palazzoni di cemento. Tanti però raccontano di non aver mai provato la gioia semplice di tuffarsi in mare. Non hanno mai visto qualche cosa di diverso dalle quattro strade del loro quartiere, proprio come i bimbi di Barriera di Milano, provincia di Torino. Sanno che esiste un centro città con la Mole, il parco, il fiume, le piazze e i musei. Per arrivarci basta prendere un tram, con un biglietto da un euro e settanta. Per uno su cinque, resta un lusso.

Come spiega Danilo, uscire dal quartiere è un salto nel buio. Per vincere sulla sorte però non bastano il coraggio di saltare, un sogno e il talento. Nel suo geniale racconto tiene dentro anche un altro tassello, l’ultimo, quello che i “grandi”sembrano aver perduto anche se è il più importante. Jason compra una casa per sé, un’altra per il papà. Ma ancora non basta. Aiuta gli altri ragazzini, creando per loro un’altra strada da percorrere. Lui e il suo pallone restituiscono, accolgono, si fanno rete. «Il nostro lavoro è costruire comunità educanti dentro i territori. Serve un’infrastruttura che possa rappresentare il nuovo volto delle risposte alla povertà» ragione Borgomeo. I bimbi sono i cittadini del futuro, in una società sempre più complessa e difficile da comprendere. «Meno cultura si traduce anche in meno consapevolezza - conclude -. Un popolo che disinveste sui minori si sta costruendo un futuro pessimo. Dobbiamo sentirci ed essere tutti coinvolti». Proprio come Danilo. Che torna a casa, non più suicida e pallone ma vivo e ragazzino, non quando salva se stesso. Ma quando riesce a salvare anche gli altri.

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