Il paese dei figli unici

La felicità di giocare al pallone contro gli assilli di mamma e papà

I bambini davanti al pallone non cambiano, sono sempre uguali, oggi come 50 anni fa, come prima ancora. Giocare fa sempre lo stesso effetto, moltiplica i sogni e quelli dei ragazzini che entrano nelle scuole calcio delle squadre importanti sono già ben definiti. Chi vuole diventare Ronaldo per fortuna non ha idea della percentuale di riuscita, immagina la rovesciata, non i milioni e a otto anni portare una maglia che conosci è un paradiso di per sé. Non ha quasi bisogno d’altro e forse è proprio questo l’unico problema. Il desiderio e la passione si prendono tutto e vanno integrati con il resto della vita. Forse senza troppe sorprese, sono più i genitori dei figli a perdere l’equilibrio. Sono loro che a volte scassinano i desideri.

Silvano Benedetti è il responsabile della scuola calcio del Torino dal 2001, ha custodito sorrisi e ambizioni, visto crescere generazioni, accompagnato promesse infantili alla Serie A e sa bene che il talento già si vede a quell’età «solo che lo devi lasciare libero e poi la strada è così lunga che i baby fenomeni in terza elementare sono giocatori qualsiasi a 14 anni. A volte la pressione ti svuota in anticipo». Ecco, il gioco (e l’effetto che fa) non si è alterato nei secoli, ma quello che c’è intorno sì. Uno su 35.000, è la percentuale di chi diventa calciatore professionista ad alto livello «e i bambini se ne fregano , sono carichi di calcio, sono innamorati, felici di tutto, però sono anche fragili. Una volta c’era la strada, magari l’oratorio, il posto dove ti sbucciavi le ginocchia e imparavi a smaltire per conto tuo i contrasti, oggi arrivano da noi iperprotetti e faticano a superare gli ostacoli più banali».

Per chi li guida le difficoltà principali sono due: «Certi sono viziati eppure se dici anche solo “smettila di dormire” mamma e papà contestano. Io rispondo che lo sport è disciplina, prendere o lasciare. Poi c’è la scrematura, le notti in cui non dormo perché devo dire a un bimbo che non può continuare. Anche lì sono i genitori a disperarsi, i piccoli calciatori chiedono più che altro un’altra squadra in cui divertirsi». Il resto è il piacere di vederli correre e imparare. Benedetti ha un figlio che gioca ad alti livelli, ora sta al Pisa, «lui è sbocciato più tardi, prima giocava con gli amici».

Massimiliano Scaglia è a capo dello Juventus Youth, una Juve in formato giovane dove i genitori si fermano alla porta di ingresso, devono accompagnare i figli però non entrano «limitare la presenza significa limitare la pressione», hanno a disposizione un allenamento aperto a settimana e la partita, «sui campi di altre società ti accorgi dalle occhiate dei genitori al primo errore che sono abituati a intervenire, da noi non possono ma sono parte del progetto, coinvolti nelle decisioni, chiamati in caso di problemi». Anche Scaglia è convinto che la classe 2012, i più piccoli al momento, in campo non sono diversi dai padri o dai nonni: «la differenza sta nella facilità di avere tutto e non parlo di risorse. Se vuoi conoscere qualcuno vai sul computer, se vuoi comprare idem e pure se vuoi scambiare figurine, il tempo dell’attesa è stato abolito e loro non lo mettono in conto. Solo che i risultati non arrivano con un clic».

Alla Juve come al Toro a otto anni sei già in un mondo professionista, psicologi dello sport, nutrizionisti, staff medico però ancora non si sbaglia da adulti «la fitta più grande è quando li perdi», lo ripetono tutti gli esperti. Quando si stufano, non reggono, si scaricano. La sfida è insegnare i valori e la tecnica senza perdere di vista il gioco e non lasciare che i campioni di domani imitino troppo quelli di oggi. Per Benedetti «le star del pallone non si rendono ancora conto di quanto influiscono sui comportamenti dei giovani», per Scaglia «certi atteggiamenti non sono così sane su un bambino e poi a volte arrivano un po’ esuberanti e si permettono libertà che non sono concesse neppure in prima squadra».

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