Il paese dei figli unici

Abullah e Anastasia ci insegnano a reagire a tutte le avversità

Scrittore e insegnante, Eraldo Affinati ha fondato insieme alla moglie Anna Luce Lenzi la “Penny Wirton”, una scuola gratuita di italiano per immigrati, che è anche un grande laboratorio di educazione multiculturale. Le storie, i volti e l’intensità di questa esperienza arrivano in questi giorni in libreria con Via dalla pazza classe. Educare per vivere, edito da Mondadori.

Eraldo Affinati, ogni giorno lei è in contatto con la realtà dei nuovi italiani. Partiamo dai bambini, come arrivano?

«I più piccoli vengono con la madre. Penso alle giovani nigeriane che iniziano a imparare i verbi mentre i figli restano accanto a loro. Se hanno solo pochi mesi, dormono in culla, ma appena crescono fanno presto a girare intorno ai banchi della nostra scuola dove decine di persone sono impegnate a studiare. Chi è il padre? Dove sta? Meglio non chiedercelo. E’ più bello osservare Divine, che ha solo un anno e il nome beneaugurante del bambino più sfrenato: afferra il mappamondo di plastica e te lo tira addosso ridendo».

Ogni nazionalità ha una diversa cultura dell’infanzia: esiste un linguaggio comune a tutti, come fate a gestire le differenze?

«Abdullah, bengalese di Torpignattara, quartiere romano, deve ancora entrare all’asilo ma è già molto serio quando, accanto alla mamma, disegna sul cartoncino col pennarello colorato. Anastasia, africana nata durante il viaggio verso l’Italia, dorme placida in culla e ogni tanto qualcuno dei nostri volontari se la prende in braccio. Per superare le differenze, conta molto la spontaneità nei comportamenti quotidiani. Esistono piattaforme comuni universali sulle quali ci possiamo ritrovare più vicini di quanto crediamo: tutti sanno cos’è il bene e il male, l’onestà e il sotterfugio, il sorriso e la malinconia».

Cosa possono insegnarci questi bambini? Qual è il portato educativo che ha più possibilità di inserirsi in maniera virtuosa nel tessuto italiano?

«Questi bambini hanno una straordinaria capacità di reazione alle avversità da cui potremmo ricavare molta speranza. Cadono a terra e si rialzano. Sono pronti a cambiare con grande velocità. Il passato per loro è un peso ancora leggero. È come se il futuro li attirasse in modo irresistibile. Ciò che mi colpisce è l’assenza di ansia da parte delle madri, pronte a lasciare che i propri figli vadano in giro senza controllarli, come se avessero fiducia nella comunità, un sentimento che forse noi abbiamo perduto».

Parliamo dei disagi: quali sono le condizioni che aumentano le possibilità, per un bambino, di diventare un adolescente difficile?

«Senz’altro la mancanza - o la non credibilità - dei genitori, naturali o adottivi. Dico questo pensando ai tanti adolescenti che ho conosciuto come insegnante: dietro ogni loro rabbia, difficoltà, fragilità o inquietudine, si nascondeva sempre un rapporto irrisolto o problematico col padre e la madre. Non dobbiamo pensare soltanto ai casi più visibili di disagio sociale. Anche nelle migliori famiglie, dove tutto in apparenza funziona, si può nascondere il verme dentro la mela. L’adolescente te lo fa scoprire».

Il colore della pelle, le diverse religioni, le abitudini alimentari: qual è l’approccio educativo più funzionale a creare una società multiculturale che non si nutra di discriminazioni?

«Bisogna essere disponibili al confronto umano diretto, superando gli stereotipi, non chiuderci a riccio nelle convinzioni acquisite. Dobbiamo restare flessibili, senza rinunciare alla nostra identità, ai nostri valori. Anzi, solo mettendoci in gioco, non restando alla finestra, possiamo scoprire ciò che realmente siamo, qualcosa a noi stessi ignoto. È facile da dire ma assai difficile da praticare: comporta un lavoro profondo che non possiamo delegare ai precetti giuridici».

Consigli ai genitori: in che modo si favorisce l’integrazione del proprio figlio, ma anche, dei figli degli altri?

«Dovremmo creare le condizioni per realizzare un’esperienza guidata cercando di essere, allo stesso tempo, amici e maestri. Stare vicini ai nostri figli è importante, ma poi arriva sempre un momento in cui l’adulto si deve allontanare lasciando che loro acquistino autonomia, magari di forma diversa rispetto a quella che noi abbiamo immaginato. Il giorno glorioso della scuola, secondo una stupenda immagine di Don Milani, sarà quando lei si prenderà una bastonata. Le migliori classi sono eterogenee, non selezionate, né verso l’alto, né verso il basso. Come spesso mi è capitato di dire, un gruppo di alunni tutti bravi e secchioni sarebbe tristissimo, allo stesso modo di una classe composta di soli ripetenti. E ancora: non solo i deboli hanno bisogno dei forti, vale anche il contrario. Se riuscissimo a farlo capire a un giovane, gli avremmo fatto un regalo inestimabile».

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