Gira la bussola del vino

Una nuova geografia del vino e periferie all’avanguardia

Ricordo bene quando iniziai a occuparmi di enogastronomia negli anni ’70 in Langa e nel Roero, mia terra d’origine. Stiamo parlando di terre da sempre vocate alla produzione vinicola: in quel periodo vedeva dominare i vini sfusi, certamente artigianali ma spesso figli di una concezione che badava molto alla quantità e meno alla qualità, che non si preoccupava troppo della cura della vigna o della pulizia in cantina. Capitava quindi di trovare vini scomposti e squilibrati, magari anche un po’ puzzolenti. Proprio in quel decennio, però, la sensibilità alla produzione di qualità aumentava, anche se il salto di qualità si registrò qualche anno dopo, complice lo scandalo del metanolo. Molti giovani subentravano nelle aziende di famiglia con concezioni nuove, talvolta anche conflittuali rispetto alle gestioni precedenti. Si tratta della generazione che ha cambiato il panorama enologico italiano, che ha creato (e imbottigliato in proprio) vini ineguagliabili e che ha ridisegnato la geografia della qualità nel nostro paese. Allora, noi giovani appassionati inseguivamo vini puliti ed enologicamente perfetti, speravamo che la tecnologia applicata alla lavorazione portasse al salto di qualità che era necessario. Oggi è quasi impossibile imbattersi in un vino cattivo. Ci sono vini deboli, vini poco significativi, vini dimenticabili e vini sciatti. I vini cattivi in senso stretto, però, sono fortunatamente in via di estinzione.

Proprio per questo, per un veterano come me, è appassionante seguire le nuove tendenze e provare a immaginare che cosa ci aspetta. Non c’è dubbio che chi oggi ha l’età che avevamo noi nei ’70, approccia al nettare di Bacco con occhi ed esigenze radicalmente differenti. In un momento storico in cui la questione ambientale è al centro della sensibilità giovanile e in cui la consapevolezza che i propri stili di vita e di consumo possono influenzare in maniera decisiva il mondo in cui viviamo, la passione dei giovani sta virando verso scelte enologiche e agronomiche sempre meno interventiste, con mani sempre più leggere in cantina e accudimento della vigna che tende a ridurre il più possibile l’utilizzo di chimica di sintesi.

I giovani produttori che iniziano adesso quasi non si pongono nemmeno più la questione della scelta biologica o convenzionale: intervenire il meno possibile con la chimica è un’indicazione data per scontata, al di là di ogni certificazione. Questo approccio “per sottrazione” regala bottiglie che sono la reale espressione del territorio che li ha visti nascere. E allora anche l’uso del legno piccolo in affinamento, che tende in qualche caso a standardizzare profumi e sensazioni, viene rimesso in discussione, così come l’utilizzo in cantina di lieviti selezionati o di anidride solforosa per stabilizzare i vini. Tutto questo vivaddio esiste e resiste, ma viene contestualizzato in una visione che mira a esprimere nella maniera più onesta possibile quelle che sono le caratteristiche del vitigno usato e del territorio su cui si coltiva. Anche a costo di rinunciare alla perfezione stilistica o alla totale pulizia olfattiva (almeno per come questa è intesa dai canoni classici).

Mi appassiona vedere questo passaggio generazionale anche perché, in parallelo ad esso, sta nuovamente mutando la geografia, e ancora una volta le periferie sono avanguardia. Nelle grandi cattedrali del vino come il Chianti classico, le Langhe, la Valpolicella e tante altre, è sempre più difficile per un giovane appassionato accedere alla terra e ai vini sempre più costosi. Ecco allora che fioriscono nuove aree di produzione fuori dal centro, esperienze che offrono la possibilità di sperimentare e anche di sbagliare, che costringono a fare squadra tra produttori di piccola scala, alleanze tra produttori e appassionati, che fanno nascere relazioni e che creano volani anche per altri comparti. Mi pare un momento molto interessante per l’enologia italiana e non solo. Noi vecchi appassionati dobbiamo guardare con benevolenza a questo nuovo mondo, consci che non stiamo parlando del futuro dell’enologia ma di parte sostanziosa del suo brillante presente.

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