Gira la bussola del vino

Non chiamateli rosé ma semplicemente “rosa”: sono un tesoro nascosto

Non è un mistero come in Italia il destino dei vini rosa non sia particolarmente felice. Sono visti da molti produttori come un semplice completamento di gamma e dai consumatori come la bottiglia da abbinare al pesce d’estate, quando fa troppo caldo per bere un rosso, e non si vuole consumare il solito bianco ghiacciato. Questo è triste, molto. Perché l’universo di questa tipologia è ricchissimo di sfaccettature e proprio il nostro paese offre una così grande biodiversità da fare impallidire qualsiasi nazione estera. Ebbene sì, anche la Francia, maestra assoluta della tipologia, con un export, principalmente negli Usa, che cresce a doppia cifra da qualche anno a questa parte. Un’altra nota dolente è il nome, con cui vengono indicati, ovvero rosati, una sorta di diminutivo, mica esistono i rossati o i biancati. Per questo motivo, ci piacerebbe che si diffondesse l’idea di chiamarli vini rosa, sarebbe una novità assoluta che potrebbe conferire maggiore dignità a questi prodotti così particolari.

Un altro argomento di comunicazione su cui puntare è la gamma cromatica di diverse sfumature del rosa che non ha pari in altre nazioni (in Francia ad esempio la tonalità è molto standardizzata e chiara), così come la composizione varietale di numerosissimi vitigni che vengono impiegati nella vinificazione di questa specifica tipologia. Insomma, verrebbe da dire, storpiando un claim di enorme successo, “pink different”. Infine, bisognerebbe raccontare agli italiani che la storia dei rosa nel bel paese ha davvero radici che si perdono nella notte dei tempi, almeno in cinque o sei territori: la Valtenesi e il Bardolino con i suoi Chiaretto, il Cerasuolo in Abruzzo, il Bombino Nero di Castel del Monte, così come il Salice Salentino Rosato e il Cirò Rosa Calabrese. Tutti territori che non solo vantano etichette di grandissimo valore, ma anche la volontà da parte di numerosi vignaioli di far sì che il vino rosa non sia un completamento della gamma aziendale, ma che in realtà sia il vino cardine su cui costruire il futuro delle denominazioni e che riesca a valorizzare le differenti filiere produttive.

Proprio i principali consorzi delle zone appena citate stanno unendo le forze per comunicare in modo univoco, strategia che siamo certi potrà essere vincente perché permette di aumentare il peso specifico. Eppure, nonostante tutto quanto si è scritto finora il nostro paese è l’unico al mondo in totale controtendenza, altrove si registra un aumento di attenzione per i vini rosa, mentre da noi i consumi diminuiscono, cosa davvero strana. Come sempre accade, gli ultimi ad accorgerci di tutta questo siamo proprio noi italiani, che abbiamo in casa questo tesoro e non lo sappiamo valorizzare. Nasce da questo momento così particolare la decisione da parte di Slow Food di pubblicare un volume che raccolga i migliori 100 vini rosa d’Italia (verrà presentato durante la prossima edizione del Vinitaly), proprio perché c’è un gran bisogno a nostro avviso di far crescere il settore e di posizionare i nostri prodotti sullo stesso livello dei maggiori produttori al mondo dei vini rosa. La rinascita di un comparto parte in prima istanza dall’educazione del consumatore, a cui va fatto comprendere come non esista una reale stagionalità di questa tipologia e quanto sia interessante scoprire nuovi territori e nuove varietà ampelografiche proprio grazie ai migliori vini rosa del nostro paese.

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