Gira la bussola del vino

Lo “champagne” della Brexit e il rosé dell’Islanda

L’Atlante del vino è un libro in costante aggiornamento. Oggi, le regioni viticole più rinomate si trovano in fasce geografiche piuttosto ristrette, che le rendono automaticamente più sensibili agli effetti del clima rispetto a quanto normalmente avviene per altre colture. Basta una lieve variazione - un po’ più di pioggia, un po’ più di sole - per far mutare lo stile, la personalità, l’importanza di un vino. È ciò che avviene ogni anno con le differenti vendemmie, che sono il frutto di ciò che è accaduto in cielo nel dodici mesi precedenti, oltre che di come si è saputo lavorare in vigna.

Ma c’è un fenomeno dalla portata ben più ampia, che è diventato il peggior incubo di alcune regioni viticole: il cambiamento climatico, che sta determinando un riscaldamento globale percepito come sempre più grave e dannoso da chi lavora a diretto contatto con la terra. In un recente studio, il professore Gregory Jones, climatologo della Southern Oregon University negli Stati Uniti, afferma che in 50 anni la fascia geografica favorevole alla coltura della vite si è velocemente avvicinata di 180 km ai poli. D’altra parte, la temperatura della Terra è aumentata di oltre un grado nell’ultimo secolo e gli scienziati prevedono che, se non si inverte la rotta, tra altri 40 anni saremo a più 2 gradi e alla fine di questo secolo si potrebbe arrivare a più 5 gradi.

Dunque, limitandosi al campo del vino, è sempre più lecito chiedersi: in Borgogna i vignaioli dovranno abbandonare il pinot nero e passare al syrah? E gli islandesi produrranno rosé? Perché, se per qualcuno il «climate change» è un incubo, per altri potrebbe diventare una straordinaria opportunità. Negli ultimi anni, già molti paesi non proprio baciati da Bacco sono entrati a far parte della grande famiglia del vino: Russia, Canada, Giappone, Polonia, Inghilterra e addirittura Svezia, dove 10 ettari di viti resistono al grande freddo. Un altro climatologo statunitense, Lee Hannah dell’Università della California a Santa Barbara, sostiene che «le regioni vinicole più importanti del mondo, dal Cile alla Toscana, dalla Borgogna all’Australia vedranno diminuire le loro aree coltivabili dal 25% al 73% entro il 2050, e ciò costringerà i viticoltori a piantare nuovi vigneti in ecosistemi precedentemente indisturbati, a latitudini più alte o altitudini più elevate, eliminando le specie vegetali e animali locali».

L’Inghilterra è uno dei casi più emblematici. Grazie al clima più caldo, nascono ogni anno nuove cantine, dal Kent al Sussex, e non solo: si vinifica nell’Hampshire, nell’Isola di Wight, in Cornovaglia, nell’Oxfordshire, nel Galles, in Scozia e persino nei dintorni di Londra. Il patriottismo della Brexit si traduce in ettolitri. E i vini sono così competitivi da superare, negli assaggi alla cieca, quelli di molti altri Paesi, Italia e Francia compresi. Il terreno calcareo e il clima fresco rendono il sud-est inglese un luogo ideale soprattutto per la produzione di spumanti. I francesi, rimasti a lungo alla finestra e ora toccati sul vivo, hanno iniziato a investire oltre il Canale della Manica. Come Taittinger, la maison di Champagne che qualche anno fa ha comprato 70 ettari nel Kent.

In California, i famosi vigneti della Napa Valley sono invece minacciati da quelli del Montana e del Michigan. Quest’ultimo produce vino su piccola scala, ma è in costante crescita: negli ultimi 10 anni il numero di cantine è aumentato da 16 a 130. In Australia, la Barossa Valley potrebbe essere soppiantata dalla Tasmania, dove si producono Riesling corposi e Sauvignon bianchi molto diversi dagli altri vini australiani, che potrebbero ulteriormente migliorare con l’aumento delle temperature. Per questo Brown Brothers, un’azienda vinicola con 120 anni di storia della regione australiana di Victoria, ha acquistato delle terre in Tasmania. Le temperature più alte stanno estendendo le zone adatte alla maturazione dell’uva anche in Argentina e in Cile: molti esperti sono convinti che l’America del Sud sarà la nuova regione vinicola dei prossimi anni, mentre altri puntano su Polonia, Russia e Cina.

Nell’area del Mediterraneo, la situazione che si prospetta non sembra affatto incoraggiante. In Italia, alcuni vitigni potrebbero soffrire molto, soprattutto al sud, mentre i vini del nord potrebbero diventare alcolici come quelli di Puglia o Sicilia. E se nelle Langhe piemontesi i vecchi dicevano di guardare dove la neve si scioglieva prima, per capire quali erano i vigneti più vocati, è molto probabile che nel futuro i criteri per valutare saranno diversi, con la ricerca di posizioni meno esposte al sole.

Ma se questi sono gli allarmistici scenari dei prossimi decenni, c’è anche da dire che finora i produttori hanno beneficiato di un clima meno rigido rispetto al passato: non si erano mai viste tante annate positive tutte di fila, come negli ultimi 15 anni. E il trend non sembra affatto esaurito. Ciò è anche dovuto a una maggiore capacità agronomica da parte dei vignaioli, che hanno imparato a gestire il vigneto e a ottenere il meglio dalle nuove condizioni.

Qui si apre il tema fondamentale della sostenibilità, con il bisogno di assicurare un ecosistema bilanciato e di alimentare la biodiversità per mantenere il territorio in salute e contrastare gli effetti del riscaldamento globale. È ciò di cui si è discusso la scorsa settimana al secondo «Climate Change Leadership Summit» di Porto con la presenza di Al Gore, l’ex vicepresidente americano e premio Nobel per la Pace impegnato da sempre nelle lotte ambientaliste. L’obiettivo del Protocollo di Porto è sensibilizzare e investire nella ricerca scientifica nel settore del vino per eliminare i combustibili fossili, mirare a ottenere zero emissioni di CO2 e rendere virtuosa tutta la filiera, dalla vite fino alla logistica. «Non sarà il mondo del vino a fermare il riscaldamento globale - hanno detto gli organizzatori -, ma potremo essere un esempio di ciò che si può fare tutti insieme per ottenere il risultato». Una sorta di eno-ecologia: prendiamoci cura della Terra, perché è il solo pianeta dove si può produrre quella delizia che è il vino.

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