Gira la bussola del vino

In viaggio col rosso toscano tra le montagne del Colorado

Se lei domanda ad un americano dove vorrebbe andare, le risponde: in paradiso. Ma non essendo a portata di mano, e nell’immediato nemmeno desiderabile, la sua seconda risposta è: in Toscana…».

Così ci dice Aljoscha Goldschmidt da Denver, Colorado, dov’è in viaggio di affari con un nutrito gruppo di produttori di vini italiani attualmente in tour negli States sotto la guida di Slow Wine. Ma che c’entra uno che si chiama Goldschmidt con la Toscana? Dietro il nome, spunta una storia, una di quelle che si scoprono solo inseguendo il non resistibile bouquet di un buon rosso.

Dunque alla fine degli Anni Sessanta, l’architetto svizzero Wendelin Gelpke acquista dagli eredi della storica famiglia Niccolini di Firenze la fattoria Corzano in un podere di circa 180 ettari che si trovava in uno stato di abbandono pressoché totale. L’idea era quella di salvare il complesso dalla speculazione. Ma la storia prende un’altra piega. Gelpke e la sorella Katerina sposata Goldschmidt si stabiliscono a Corzano e si appassionano all’idea di diventare produttori, coltivatori, allevatori. Insomma di far rinascere un’azienda agricola che per sette secoli aveva assicurato il benessere della famiglia Niccolini.

Dopo cinquant’anni esatti la Fattoria Corzano&Paterno è un’azienda agricola che produce vini (90 mila bottiglie da vitigni di Sangiovese, Canaiolo e Trebbiano), formaggi (12-13 qualità diverse esclusivamente dal latte delle 700 pecore autoctone dell’azienda) e olio d’oliva dalle 4 mila piante della tenuta. E tutto si fa in famiglia. L’architetto Wendelin è morto nel 2001, figli e nipoti (molti nati in Toscana) conducono l’azienda, tra cui Aljoscha, che ha 58 anni, è agronomo e amministratore.

Torniamo a lui, dal suo banchetto di Denver sono allineate le bottiglie di Corzanello, da dove ci racconta le sensazioni del viaggio americano. «Qui in Colorado c’è un mercato molto promettente, è una stato molto turistico, ci sono le Rocky Mountains, ci stiamo aprendo una via che è adeguata al nostro modello aziendale, siamo in un contesto di qualità. Noi siamo già presenti in Minnesota, Ohio, East e West Coast». Può sorprendere la parola “qualità” affiancata al consumatore americano che nello stereotipo ci aspettiamo più legato ad etichette convenzionali, tipo il “Chianti”, un vino che ha un registro troppo largo di qualità: dall’ordinario all’eccellenza. Ma Goldschmidt smentisce questa idea: «L’economia va bene e l’americano è diventato un grande viaggiatore, ha imparato a gustare l’abbinamento cibo-vino, se qui una volta andava di moda il vino “ciccione”, tutto legno, adesso c’è una grande ricerca di bevibilità. Negli ultimi dieci anni si è prodotto un grande cambiamento nei gusti, vanno vini più raffinati. La considero un’evoluzione naturale».

Aggiunge Aljoscha che vanno i vini Toscani, of course, ma si confermano i piemontesi e i veneti e si stanno affermando i siciliani tipo l’Etna, vini che nascono e crescono più in alto, di grande finezza e gradazioni più basse.

Ed ecco che arriviamo così al tema principale di questo numero di Origami: gli effetti sul vino dei cambiamenti climatici. «È la sfida del futuro - conferma Aljoscha - l’aumento delle temperature provoca naturalmente aumento di zuccheri, maturazioni anticipate, innalzamento delle gradazioni, quando invece il mercato ci chiede il contrario. La viticoltura è un’attività ultra sensibile alle stagioni e come si dice ormai con un luogo comune, essendo scomparse le “mezze”, tutti gli eventi climatici si sono estremizzati: il freddo è troppo freddo, il caldo troppo caldo, il secco troppo secco. Se ne avvantaggiano zone di produzione marginali, in montagna, per esempio la Valtellina, ma per gli altri e per noi in Toscana è questa la vera sfida del futuro».

A proposito di sfide, come va con i francesi? «Ci danno filo da torcere in Asia, qui in America gli italiani sono molto forti anche grazie alla cucina». E per Asia si intende soprattutto Cina, dove è emersa una classe media con grandi disponibilità economiche: «È il mercato del futuro - conferma Aljoscha - ma il processo è ancora lungo, anche sulla loro capacità di apprezzare la nostra qualità”.


[Numero: 164]