Gira la bussola del vino

I signori del Barolo, stregoni di tutti i segreti

I «signori, del Barolo» non si proteggeranno mai con grandi recinti o cancelli dalle lance dorate, come i «baroni» di Reims ed Epernay e quelle incredibili «veuves» che regnano sui vigneti dello Champagne: i nostri signori del Barolo sono più cauti, strizzati d’antiche ironie e diffidenze, sentono ancora nelle ossa la fatica degli avi contadini, sanno di amministrare un vino che è autentico oro ma non cedono a un solo gesto tronfio, si tengono ben lontani dalla recita. Nel declinare dolce dell’estate, Barolo è una perla pudica, un grumo di tetti, botteghe, cantine e vicoli che se ne sta quieto entro la conchiglia gloriosa delle colline, dove i grappoli si gonfiano al sole.

L’aria batte lucida intorno al castello che fu dei marchesi Falletti ed ora è un’enoteca, soddisfatta di presentare, accanto al letto di Silvio Pellico, buie bottiglie, arnesi del lavoro campagnolo — tini, sedie, forconi, «macchine» legnose per selezionare i bachi da seta — e farfalle, fiori, una biscia che i ragazzi delle scuole hanno catturato. […]

Non c’è fama, non c’è nobile destino che possa procedere libero da malignità periferiche, i « signori del Barolo » lo sanno bene, ma preferiscono occuparsi di prezzi, di distribuzione, di educazione al bere, minacciatissima in un’età «rovinatasi» con le bevande gassose. E se proprio li si costringe a sventolare uno stendardo, eccolo: nei cataloghi non esiste l’annata del 72, «annullata» perché non aveva raggiunto le caratteristiche qualitative sufficienti, previste dal «disciplinare». […]

Sceso da un mito, quando la ricerca della «diva bottiglia» era possibile solo a chi possedeva la mappa dei nomi e dei luoghi giusti, il Barolo sta costruendosene un altro. Dietro i muri della sua silenziosa, minuscola città patria, nel profondo delle cantine, il Doc aumenta i suoi privilegi, mentre gli agiografi sempre più puntigliosamente ne scoprono le virtù medicamentose, umorali, e tirano pagelle e ripetono: badate, non tanto la maledetta grandine, e neppure la «cicalìdis misererò» orrido insetto o la biblica «peronospora fetida» sono i nemici, ma tu, o uomo, che ti sei privato del gusto, che vorresti nettare per poche migliaia di lire, che di zuccheri e carrube e fico secco e indegni zibibbi fai vino di Cipro o Madera o Barbera e ti danni fegato, reni, avvenire.

Seduti sopra invisibili greggi di bottiglie, i « signori » sorridono: si divertono a far disegnare etichette immedagliate, con geroglifici e squarci di vigna in prospettiva, elencano le «riserve» disponibili, moltiplicano a memoria il tesoro liquido che invecchia al riparo. Nel mondo intricato di viscere assurde, qual è il nostro, eccoli soli, benedetti dalla sorte ma anche dagli antichi stenti. Si sentono unici, come un orologiaio magico, un inventore di favole, uno stregone cui nessuna ricetta è segreta. Ansiosi di elogio appena lo ricevono ricascano nella vecchia trama dei dubbi. Vorrebbero stupire il pianeta, ma l’unica semente che li fa fiorire è il giudizio dell’amico. Amabili e solleciti, cercano sempre di cancellare lo spettro del futuro, che nell’esperienza contadina è feroce, come il passato, mentre soltanto il qui-e-ora può risultare parentesi medicabile. Sono felici di poter pianificare il domani, purché le piccole invidie e qualche dispetto li mantengano ancora l’uno contro l’altro. Hanno elencato una miriade di aggettivi che riguardano il loro vino — per il colore, l’odore, il sapore — ma quando lo assaggiano gli basta una sola parola: c’è.

Forse mai arriveranno a formare una confraternita beata, perché la famiglia dei «Baroli» è costruita su troppe gerarchie, su una ragnatela di fitti e discordanti rapporti, si tratti di colline o di uomini, di gusti naturali o di segrete vinificazioni, di «particulari» casate o costole tufacee esposte a «quel» sole. Ma intanto abitano, pettinano, lisciano e nutrono un territorio di paradisi, ove ognuno è individuo e chi ci scherza sopra va additato, semmai, come un birichino, un impaziente. In piazza gira la vecchia giostra dal tendone sbiadito, si sporge dal banco dei torroni una donna color del miele. Nella banda sfilano vecchi dalle gote poderose e fanciulline flautate. La vita sembra placida e lontana da ogni greve pretesa: però in cantina dorme e cresce un re.

(Da La Stampa del 17 settembre 1974)

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


[Numero: 164]