Gira la bussola del vino

Cina, terre da vini: Great Wall e Changyu

Prima di tornare a Shanghai dalla sua prima visita in Europa, Panpan non resiste alla tentazione di postare su WeChat un selfie che la ritrae nell’oscurità di una cantina monumentale, circondata da botti di rovere e centinaia di bottiglie messe lì ad invecchiare. «Chiunque ami il vino - scrive sul social col tono di chi se ne intende - vuol venire a Bordeaux». Complice l’aumento esponenziale dei consumi di rossi nella Repubblica Popolare, negli ultimi anni la regione della Francia sud-occidentale è entrata a far parte del Grand Tour dei cinesi in Europa: visite agli châteaux e degustazioni. «Le costose bottiglie straniere sono state a lungo associate soprattutto allo scambio di regali - dice Alessio Fortunato, enologo italiano che lavora a Pechino - però negli ultimi anni sono sempre di più quelli che mostrano una conoscenza delle produzioni straniere».

La presenza della Cina nella campagna francese non si limita al turismo enogastronomico della classe media urbana capace di unire tradizione con esperienze internazionali. Mentre in Cina esplodeva la domanda di vini, negli ultimi anni diversi tycoon con passaporto della Repubblica Popolare hanno acquistato vigneti e proprietà nella regione intorno a Bordeaux. Il primo è stato nel 1997 l’imprenditore di Hong Kong Peter Kwok che ha comprato il fotogenico Château Haut-Brisson di Saint-Émilion. L’interesse della Cina per i vigneti francesi è esploso nel 2011 e oggi sarebbero tra i 150 e i 200 gli châteaux nelle mani di influenti uomini d’affari della Repubblica Popolare. Tra loro anche nomi di peso. Jack Ma - fondatore del colosso dell’e-commerce Alibaba e tra gli uomini più ricchi in Cina - ha acquistato alcune proprietà, compresa una del XVI secolo a Entre-Deux-Mers.

Qualche anno prima era stata la popolare attrice Zhao Wei a comprare châteaux nelle campagne francesi per poi a fondare la Cellar Privilege che gestisce le vendite delle etichette di diversi imprenditori cinesi. Ogni anno da qui oltre 70 milioni di bottiglie vanno nella Repubblica Popolare, mentre recentemente gli studenti cinesi di enologia al Wine Institute sono diventati secondi solo ai francesi. Stando a quel che scrive la stampa locale, tra i produttori locali in molti storcono il naso per gli investimenti arrivati da Pechino. La paura che serpeggia a Bordeaux è che i cinesi possano usare le competenze acquisite in Europa per far lievitare la qualità delle produzioni di vino locale. Per secoli in Cina si è bevuto soprattutto baijiu - il liquore prodotto dalla fermentazione del sorgo - mentre oggi Pechino è il quinto produttore di vino al mondo, piazzandosi seconda solo alla Spagna per l’estensione delle vigne. «Fuori dalle grandi città - nota Denise Cosentino, enologo dell’azienda Château Nine Peaks dello Shandong - si beve ancora pochissimo: 1,3 litri l’anno è la media in Cina, contro gli oltre 33 litri dell’Italia.

Mentre a contare qui è soprattutto il packaging: la bottiglia, la ceralacca, la scatola di legno». Dopo che gli enologi europei avevano indicato il clima continentale e secco della regione centro-settentrionale del Ningxia come ideale per la produzione di vino, qui hanno aperto centinaia di aziende vitivinicole che producono oltre 120 milioni di bottiglie l’anno. Fin dagli Anni 70, a in Cina dominare sono i vitigni Cabernet Sauvignon e Chardonnay. Dalla parte opposta del paese, nella provincia dello Yunnan, il conglomerato francese LVMH ha investito nei vigneti ai piedi dell’Himalaya per la produzione dello Ao Yun: una grande storia di marketing e un vino di qualità nota sui mercati internazionali. Oggi nei ristoranti di lusso di Pechino e Shanghai a fianco ai vini europei è facile trovare anche la produzione locale: Great Wall e Château Changyu.

Le stime indicano che nei prossimi anni la Cina diventerà anche il primo mercato al mondo di vino importato. «Ci sarà posto sia per le produzioni locali che per le eccellenze del nostro paese», assicura Amedeo Scarpa, direttore dell’ICE di Pechino. Lo scorso anno l’Italia è salita al quarto posto tra i paesi esportatori di vino nella Repubblica Popolare, dietro a Francia, Australia e Cile. Per affrontare la sfida della distribuzione, il nostro paese ha chiuso accordi con i supermercati di Alibaba, HeMa, cui si aggiunge la promozione in oltre 150 store di Cofco, il più grande operatore di vino importato in Cina. «Con oltre 150 milioni di contatti, il piano di comunicazione MISE-ICE sta andando molto bene - dice Scarpa - solo comunicando il vino come prodotto culturale e del lifestyle italiano sapremo catturare l’interesse del consumatore millennial che è aperto a nuove esperienze».

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