Gira la bussola del vino

Bora, gelate improvvise e caldo: un clima pazzo sull’oro del Friuli

Dal roccioso Carso al sabbioso litorale, dalle valli dell’Isonzo ai pendii collinari, il Friuli Venezia Giulia, decantato come una delle zone a più alta vocazione vinicola del mondo, è un arcipelago di isole enologiche. Suoli e microclimi variano significativamente, così come i vitigni della tradizione. Per agronomi, enologi e vignaioli della regione più orientale d’Italia, però, la percezione del cambiamento climatico in atto è unanime: in termini di anticipo dei tempi di vendemmia e gemmazione, instabilità metereologica, aumento di temperature e siccità.

«Da ragazzino – racconta Edi Kante - raccoglievamo l’uva in vigna con guanti e berretti. Da fine settembre si arrivava a novembre, con Bora e freddo tremendi, che alcuni grappoli di Terrano erano ancora acerbi! Oggi si vendemmia col caldo, in agosto, e sul Carso non solo matura più facilmente il Terrano ma puoi pensare di far bene anche la Ribolla, un tempo imbevibile qui».

«Giocheremo con le varietà, puntando su vitigni tardivi, favoriti dall’aumento di temperatura» ipotizza il produttore carsolino, che nelle sue vigne sta inoltre intervenendo sui processi di evapotraspirazione.

Anche sul Collio goriziano, zona vocata per i bianchi, oggi stanno trovando spazio «uve rosse che fino a 30 anni fa qui non maturavano», osserva il giovane Fabijan Muzic, fresco di laurea in enologia, che coltiva insieme al padre e al fratello a San Floriano. «Crea difficoltà – dice Fabijan l’alternanza nella stessa annata di piogge intense e siccità. Sul Collio propendiamo per basse produzioni che possiamo seguire con maggiore cura, quindi la situazione è ancora gestibile. Se il clima dovesse però estremizzarsi, si rischia di perdere l’acidità che dà longevità ai nostri vini». Una preoccupazione condivisa da tanti artefici dei grandi bianchi friulani che hanno conquistato fama internazionale.

Interpretare il cambiamento in corso rispetto al proprio terroir, e agire di conseguenza, per molti vignaioli rimane una partita tutta ancora da giocare.

Non per tutti, però: a Mariano del Friuli, la storica azienda “Le Vie di Romans”, ha deciso di investire 800 mila euro per installare 14 torri di ventilazione e alte 10,5 metri. Servono per movimentare l’aria mescolando strati di atmosfera alti, più caldi, all’aria fredda che in assenza di vento si deposita in basso, causando una drastica riduzione di temperatura nelle vigne. «Ormai si esce prima dall’inverno – racconta il proprietario Giancarlo Gallo - e la comparsa anticipata dei germogli aumenta il rischio di gelata primaverile. In passato ne avevamo una ogni dieci anni, mentre negli ultimi cinque ne abbiamo avute tre. Da qui la decisione di fare un investimento sproporzionato ma necessario in prospettiva futura, anche ambientale, per continuare a produrre con qualità dai nostri cru, che sono la nostra storia e carta d’identità».

Per i Vignai da Duline non vanno confusi però gli effetti dei cambiamenti climatici, pur evidenti, con quelli causati dallo stravolgimento di un’agronomia che «in passato era più flessibile e rispettosa dell’equilibrio fra estensione dei terreni, produzione e allevamento, e non applicava formule massificate inadatte alle peculiarità dei singoli territori».

«È la viticoltura moderna a essere in crisi - spiega Lorenzo Mocchiutti - la viticoltura storica friulana aveva invece una grande adattabilità: non cimava, prevedeva anche annate molto calde grazie a sesti di impianto larghi, varietà con acidità più alta e portainnesti con apparati radicali adatti ad andare più in profondità».


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