La caduta delle élites

Élite si nasce, non si diventa

Al mio paese l’élite erano il maestro, il farmacista, il geometra e il medico. Dopo pranzo, quando giocavano a tressette al bar, tutti si mettevano attorno al loro tavolo a guardare, a cominciare dal clan dei pensionati guidato dall’ineffabile Piròcia. Non smadonnavano come noialtri per un carico perduto o per una carta giocata male. Facevano una smorfia di stizza, al massimo uno sbuffo ma null’altro veniva a increspare la compostezza del loro gioco perfetto. Noi li ammiravamo e da quello capivamo che noi no, non saremmo mai stati un’élite. Solo quando se ne erano andati ci azzardavamo a prendere il mazzo e cominciare una partita. Ma subito il pubblico si dileguava, Piròcia faceva un cenno ai suoi e tutti ci voltavano le spalle, ché guardare giocare noi non era uno spettacolo. Urla, bestemmie, minacce e insulti ci privavano di ogni attrattiva.

Ritentavamo la sera, quando il maestro il farmacista, il geometra e il medico venivano al bar a giocare a biliardo. Si fumava a quei tempi nei bar ma nessuno di noi riusciva a tenere in mano una sigaretta come loro. Fosse anche una Nazionale senza filtro, stretta fra le labbra mentre davano di gesso alla stecca e socchiudevano un occhio per proteggersi dal filo di fumo che ne usciva. Eleganti nel portamento ma disinvolti nel movimento, si piegavano appena sulle sponde lucide per assestare i loro colpi. Tenevano la stecca come cavalieri la lancia e la facevano scivolare abilmente fra pollice e indice scoccando un ciocco secco che lasciava tutti i birilli stesi sul panno verde mentre un anello di fumo saliva verso la lampada. Tutti li ammiravano in silenzio, Piròcia e i suoi in prima fila davanti al biliardo. Quando i nostri eroi riattaccavano le stecche, noi subito facevamo azzerare il contatore e disponevamo le palle sul biliardo, impazienti di imitarli. Ma subito qualcuno si stendeva sulla sponda come se fosse in spiaggia, un altro teneva la stecca come una zappa mentre la cenere della sigaretta gli cadeva sul tappeto. Un altro ancora metteva il gesso come se ci desse di raspa e si imbiancava le dita e poi anche la guancia quando l’accostava alla stecca per mirare meglio un tiro tutto andato a bere, così violento che i birilli volavano via o nello spritz di qualche pensionato. Ad uno ad uno i vecchi si allontanavano e non c’era neanche bisogno che Piròcia facesse loro segno. Non c’era niente da fare, a noi proprio mancava la stoffa dell’élite.

Ma quando organizzammo il cineforum tutto cambiò. La prima sera proiettammo “Non si uccidono così neanche i cavalli” e c’eravamo solo noi nell’aula scolastica che ci aveva prestato il Comune. Ma una repentina incursione dei carabinieri che forse subodoravano qualcosa di eversivo attirò l’attenzione del paese. Da allora ogni sera facevamo il pieno e il primo ad entrare era Piròcia con i suoi compari. Avevano intuito che se i carabinieri ci avevano messo il naso, doveva essere che nei nostri film avanguardisti poteva scapparci fuori qualche tetta e non volevano perdersela. Così si eccitarono con “Bella di giorno”, si arraparono con “Arancia meccanica”, si masturbarono con “Blow up” fino a diventare fedelissimi frequentatori del nostro cineforum. Eravamo noi adesso l’élite e nel bar tutti snobbavano il tavolo del tressette per il nostro cinema da quattro soldi. Una sera proiettammo “I fucili”, un film di Ruy Guerra sulla miseria contadina in Brasile. Nella prima scena una donna indio batte il grano in un mortaio con i seni al vento. Piròcia e i pensionati erano ipnotizzati. Le loro teste danzavano davanti allo schermo al ritmo di quei capezzoli. Ma nel film non succedeva altro e dopo dieci minuti di dondolio, ogni eccitazione lasciò il posto alla noia. Piròcia fu il primo ad alzarsi. “Che due maroni!” disse rivolto a noi e alzò il bastone verso i suoi per ordinare la ritirata. Non li vedemmo più e con quel fiasco finì la nostra gloria. Il maestro, il farmacista, il geometra e il medico al tavolo del bar ritrovarono il loro posto di élite. Non l’avevano mai perduto. Élite si nasce, non si diventa.

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