La caduta delle élites

La scomparsa dei grandi partiti popolari e la passione dell’establishment per i talk-show

Cos’è, l’Elite per te? Qual è il significato moderno della parola?

«Ricorro alla Treccani, che mette in relazione il termine élite al prestigio che deriva dalla cultura e dalla autorevolezza di un insieme ristretto di persone. Ho l’impressione però che oggi il termine élite si mescoli sempre più alla nozione di classe dirigente.

Si può essere élite rispetto alla dimensione economica, alla politica, alla cultura. E si può sempre più essere élite rispetto alla dimensione territoriale. Far parte cioè di vertici, più o meno formalizzati, più o meno strutturati rispetto a ciascuna delle tre dimensioni “classiche” ma anche e sempre più rispetto alle dinamiche o globali o locali. Ma non necessariamente questo coincide con una capacità di dirigere, cioè di fare scelte che durino nel tempo, e che collateralmente danno anche prestigio.

Penso anzi che le democrazie rischiano di perdere terreno rispetto ai sistemi autoritari proprio sulla dimensione del tempo oltre che dello spazio geografico. Molte nostre scelte determinano lo sviluppo umano nell’immediato, nel clic dell’esibizione di se stessi, ma poco nella durata temporale e al di là dei confini dati. Penso che la democrazia sia condizionata da quella che chiamo una polarizzazione vuota: élite che in ampia parte si scontrano non su scelte capaci di determinare il nostro sviluppo, ma passano quasi a latere dei processi reali.

Più si urla, meno si agisce, perché l’azione implica durata. La società, che culturalmente è sempre più frammentata e composita, resta inespressiva, priva di un coerente linguaggio di cambiamento, che le classi dirigenti da parte loro non riescono a far lievitare. Se vogliamo, il rapporto tra ideologia e cambiamento, tra capacità di mobilitare intorno a simboli, bandiere, slogan e conflitti di lunga durata si è rovesciato da un bel po’. E’ al servizio di una messa in scena che si agitano bandiere. E’ l’approdo ai talk show il premio massimo di parte delle attuali classi dirigenti europee».

Sovrani e populisti combattono pubblicamente contro l’Elite. C’è qualche ragione per farlo o è un altro ghostbusting?

«Mi pare che la questione vera sia l’indebolimento o la scomparsa di partiti politici popolari, almeno in Italia, come fattori di coesione. Sovranismi e populisti sono una variabile della vendetta di chi può dirsi felice del superamento in Italia di quella pluralità di identità politiche che hanno dato forma alla nostra Costituzione.

Non a caso nei trenta anni di transizione dopo il 1989 non si è ancora arrivati a quella che non oso chiamare rifondazione costituzionale, ma riforma sì: una nuova intesa sulle Istituzioni comuni e su come cambiarle non vi è stata. E oggi anche le Istituzioni europee, quello che fu il consenso trasversale rispetto alle Istituzioni europee è costantemente sottoposto ai giochini di piccolo cabotaggio dei profeti del cambiamento totale. Come dire, babbo e mamma sono usciti, siamo rimasti soli in casa e ora possiamo divertirci a sfasciare la mobilia di casa e insultare i vicini».

Secondo una definizione, l’Elite ospita gli individui che sono più capaci in ogni ramo dell’attività umana, e, in una certa società, stanno combattendo contro la massa dei meno capaci e sono pronti a conquistare una posizione direttiva. Sei d’accordo? Come dovrebbe cambiare l’élite per il futuro?

Credo che le élite possano farsi carico di tre cose: riconquistare autorevolezza e prestigio, nei fatti e nei comportamenti più che nell’esibizione della propria superiorità; agire per il superamento del rischio di una nuova società dei due terzi, una società dove aumentano i divari di opportunità e dove chi sta in basso nella scala sociale non riesce a esprimere la propria domanda di riforme; trovare i modi di essere parte del mondo di oggi, globale, lavorando per rinnovare il modello sociale europeo e per fare delle nostre città dei modelli di apertura e cosmopolitismo. Non è detto che gli Europei facciano la fine degli Etruschi».

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