La caduta delle élites

La scheggia avvelenata della paranoia identitaria

Il governo austriaco, coalizione fra popolari e la destra nazionalista erede di Jörg Haider, vuole concedere la cittadinanza agli altoatesini di lingua tedesca rompendo l’architrave che regge i rapporti Roma-Vienna dai tempi dell’accordo (1946) De Gasperi-Gruber. Sloveni e croati recapitano note ufficiali al Quirinale per le parole di Salvini e Tajani sulle foibe come “pulizia etnica” e sulla “Dalmazia e Istria italiane”. Marine Le Pen denuncia il Trattato franco-tedesco di Aquisgrana del 22 gennaio. La leader della destra estrema francese accusa Macron di aver posto, firmando il documento con Merkel, Alsazia e Lorena sotto tutela tedesca. Vicende diverse ma tutte rivelatrici di come la Storia abbia una coda lunga.

Così mentre l’Europa dei Ventisette (i britannici li consideriamo persi) si dirige alle urne del 23-26 maggio per decidere non solo cosa essere ma persino “se” essere, le microfratture nel corpaccione continentale tornano a sanguinare. Non sempre così dolorose, ma guai a ignorarle. Sono sintomi di mali profondi.

Se Francis Fukuyama profetizzava la fine della storia grazie al trionfo della democrazia liberale di cui la Ue (e gli Usa) erano alfieri, Samuel Huntington, politologo raffinato, aveva realisticamente ricordato, nel 1994, che sotto le luci della ribalta c’è il buio di uno scontro di civiltà. Popoli, tribù, nazioni, etnie incapaci di comprendersi, divise sui valori e orgogliosamente identitarie si misurano di continuo. Non sempre con il fioretto. Oggi dinanzi alle rivendicazioni austriache e ai facili slogan sull’Istria o alla Ucraina spezzata in due, è impossibile non scorgere il germe di un nazionalismo identitario che sembrava in letargo fino a qualche anno fa. La Catalogna è secessionista perché ancora rimugina sul Trattato di Utrecht del 1713, valloni e fiamminghi tengono in scacco il quasi artificiale Stato belga e in Europa ci sono governi che si muovono alzando il vessillo non degli interessi nazionali – legittimi, talvolta sacri - ma della Nazione in sé. Come se essa debba prevalere su tutto solo per il fatto di esistere e non per i valori che trasmette. Così Orban, il premier ungherese, emula Putin nella difesa delle minoranze, magiare in questo caso, in Romania e soprattutto in Ucraina sventolando il vessillo dell’orgoglio ungherese. E ad Atene un governo, quello di Tsipras, ha rischiato di saltare – dopo tanti sacrifici – per aver firmato un accordo sul nome dello Stato vicino, Macedonia del Nord. In Ulster sono tornate in gennaio le bombe e con esse l’incubo dei Troubles.

Le schegge del nazionalismo sono molte e imprevedibili. Come lo erano agli inizi del ‘900. Non fu un folle serbo-bosniaco ad incendiare il mondo sparando al Granduca austriaco Ferdinando a Sarajevo nel 1914, Gavrilov Princip era il prodotto di decenni di pulsioni nazionaliste. Oltre 100 anni dopo la Prima guerra mondiale la posta in palio per il Vecchio Continente resta alta, essere o non essere, nulla di meno. Hegel scriveva: «Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia l’uomo non ha imparato niente». Sarebbe splendido smentirlo.

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