La caduta delle élites

La crisi italiana è colpa dei politici, non dei “tecnici”

Professor Stefano Micossi, la politica punta insistentemente il dito contro le élites. Ma chi sono?

«Chiunque capisca qualcosa di economia: se fai un ragionamento sensato ti dicono che appartieni alla élite, sei visto come un nemico. L’idea è un potere oscuro che tiene sotto controllo l’economia a danno dei cittadini».

Quando si è arrivati alla rottura tra politica ed élite?

«C’è una rivolta in atto contro chi ha governato, perché non ha gestito il progressivo impoverimento delle classi medie. Abbiamo avuto una crisi finanziaria doppia, nel 2008-2009 e nel 2011-2012, che ha fatto cadere il reddito in modo significativo: quello che prima era sofferenza diffusa è diventata sofferenza insopportabile».

Chi ha sbagliato, quindi?

«L’errore clamoroso lo ha commesso il Pd di Renzi, distribuendo 80 euro a 10 milioni di persone con stipendio e lavoro, mentre ha chiuso a lungo gli occhi davanti ai nuovi poveri».

I governi tecnici, come quello di Mario Monti, non hanno responsabilità?

«Monti non era un marziano. Il suo governo aveva un ampio sostegno parlamentare ed era composto da persone con una reputazione e una coscienza. Le sue politiche ebbero un impatto acuto, ma non si può dire che quel gruppo di tecnici sia responsabile del colpo che ci arriva oggi. Il problema vero è che rimaniamo una Repubblica dei debiti con governi che si riparano dietro ai disavanzi pubblici, aggravando la situazione. Il “sentiero stretto” di Padoan ha grandi meriti, ci stava portando fuori dal buco in cui eravamo caduti, ma non è bastato, il suo sforzo fu bloccato dalla politica».

Ancora una volta politica vs élite.

«Anche oggi siamo sull’orlo del precipizio e i politici vedono sempre altre emergenze elettorali. E’ una visione miope. C’è una cultura del no in Italia, che contrasta opere più grandi di un metro quadro, la quale ha portato il settore delle costruzioni a incidere sul Pil dal 15 al 5%. Oltre ad una cultura di opposizione ai vincoli europei irragionevole».

A proposito di vincoli, c’è un approccio troppo economicista all’Europa?

«Le regole prima che dall’Europa arrivano dai mercati finanziari. Se non siamo in grado di costruire fiducia sulla sostenibilità del nostro debito gli investitori ci abbandonano e andiamo in default. Il governo Lega-Cinque Stelle ha sbracato in modo poco onorevole il giorno di ottobre in cui il collocamento di titoli si è fermato al 20% della quantità offerta. Poi non ha comunque avviato le correzioni strutturali necessarie. In questo quadro le regole europee sono essenziali».

Perché?

«Il Patto di stabilità è uno scudo che ci siamo dati per evitare che l’irresponsabilità di un Paese minacci la stabilità degli altri. Le dico di più, non sono neanche regole così rigide, a Bruxelles sono stati flessibili con l’Italia tanto che oggi hanno un serio problema di credibilità con gli altri Paesi europei».

Le elezioni europee saranno un voto contro le élites?

«Si vota contro o a favore dell’Europa, che è diverso. Può essere l’inizio di una protesta più forte o la fine della protesta. Nella maggior parte dei Paesi europei il sostegno all’Ue sta ritornando. Il punto interrogativo è l’Italia, che non è credibile agli occhi degli altri Paesi e degli investitori. Vedo due prospettive. Una benevola, cioè una fase di austerità dolorosa che ci rimette in carreggiata. Una malevola: Chavez».

Chavez?

«Un sistema autarchico, chiuso, da cui gli investitori scappano. Alla fine, fortunatamente, credo che sceglieremo l’altra strada. Il costo politico lo pagherà il M5S, che scomparirà, mentre la Lega non è sorda alle ragioni economiche e può riprendere un cammino ragionevole».

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