La caduta delle élites

Il senso dei “Dubliner” per l’Europa

In realtà non voleva parlare dell’Europa, Bono Vox, quel giorno lì a Bruxelles. Era il 10 ottobre del 2018, e il leader degli U2 era volato nel cuore dell’Unione europea per affrontare temi che da sempre gli stanno a cuore. Era andato ad incontrare Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo, nella sua veste di cofondatore di One Campaign, una Ong (speriamo Salvini non legga) impegnata nella lotta alla fame, alle malattie e alla povertà che affliggono l’Africa e altri angoli del mondo.

Ma il fatto di essere a Bruxelles, di per sé già molto simbolico, quel giorno si caricò implicitamente di passione europea. Perché gli U2 dell’Europa, di questa espressione geografica (come l’avrebbe definita forse oggi il Metternich) sono sempre stati naturali cittadini e alfieri: e più ancora adesso, che la Brexit rischia di mettere la mordacchia al confine lietamente aperto nel 1998 proprio grazie all’Ue, fra le due Irlande ormai pacificate. E non riuscirebbero nemmeno a pensare di poter tornare indietro, proprio loro. In fondo, i quattro Dubliner sono nati alla gloria nel 1983, proprio cantando il futuro immenso successo che li avrebbe lanciati nel continente europeo e poi nel mondo: «Sunday Bloody Sunday», con ritornello killer, sulla domenica maledetta del ‘72, con l’esercito britannico che sparava a Derry (Irlanda del Nord) contro una folla di manifestanti per i diritti civili, uccidendone 14.

Pensando all’Africa, l’autunno scorso a Bruxelles, Bono si caricò dunque di ispirazione sull’Europa, magari anche un po’ strumentalmente. E si infilò in uno di quei discorsi che - da istrione quale è - sa imbastire affascinando capi di Stato e papi ogni volta che va a chiedere fondi per i poveri. Disse a Tajani: «L’Europa è un sentimento e io ne sono parte», catturando in modo efficace quel senso di appartenenza più teorico che pratico che in fondo ci avvolge tutti. Poi, per sedurre il presidente, volò alto: «In quanto artista, posso avere un ruolo importante nel raccontare in modo romantico che cosa significa essere parte dell’Unione europea». Chissà come lo avrà guardato Tajani, che sembra un tipo con i piedi per terra.

Forse nemmeno il leader degli U2 riuscirebbe, oggi che sono passati appena pochi mesi da quel giorno, a rimanere ancora così convincente, a tessere romanticismo in un luogo dove volano stracci, e l’ombra di Orban si sovrappone a quella di Salvini. Magari Bono è rimasto l’ultimo a poter affascinare l’uditorio dell’Assemblea europea, provata da tensioni e contese a muso duro, alla vigilia delle elezioni.

Gli U2 restano senz’altro la band più europea che ci sia. Intanto perché i loro suoni sono una mistura familiare di tradizione rock e ispirazione ideale, quella che animava la musica di impegno delle origini: si pensi solo a «One» («We’re one, but We’re not the same/ We get to carry each other»). Nel tempo la fila dei loro fans si è allungata dalla Lusitania alla Finlandia; e non sono seguiti a macchia di leopardo come càpita a tutti gli altri artisti nel Vecchio Continente. Il sound irlandese che li innerva non impedisce loro di stare poco a casa ma di tornarci spesso. Se preferiscono riposarsi al mare vanno a Eze sulla Costa Azzurra (Francia, Europa) dove hanno le loro villazze. E hanno residenza in Olanda: per motivi fiscali ma sempre Europa è. La Bruxelles istituzionale viene spesso usata da artisti e musicisti per farsi una cantatina in Parlamento, e promuovere lì dentro un disco o un tour: la risonanza è subito immediata, anche se in fondo la cosa è poco elegante. Gli U2, la promozione la fanno con l’impegno. Alla vigilia dei sessanta (Bono li compirà nel 2020, The Edge l’anno successivo), restano uguali nello spirito ai ragazzi che vivono agevolmente in una patria allargata, e non vorrebbero mai vederla restringersi. Nell’ultimo tour, l’anno scorso, hanno innalzato sui palchi la bandiera blu europea, in ogni città, consci che poteva anche essere considerata una provocazione. Da Berlino fino a Milano, non ci sono state contestazioni (e già, di questi tempi, non è poco).

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