La caduta delle élites

Il primo fu Potocki, poliglotta senza eredi

Quando sento pronunciare la parola élite aggettivata in europea, io per prima cosa metto mano a Potocki, il conte principe Jan Potocki, 1761-1815. Quell’uomo è l’essenza, la tintura madre, l’ineffabile icona, l’antesignano, l’aureo esempio, da lui in poi solo discendenti, prove di imitazione, a volte ben riuscite a volte pallide e stinte. Strategicamente polacco, generato da una schiatta di aristocratici agrari di rara ottusità reazionaria e bigotta, a vent’anni era già un intellettuale cosmopolita in fervido movimento alla ricerca dei lumi della conoscenza e della libertà, a trent’anni era attivamente partecipe delle barricate giacobine di Parigi intanto che metteva mano alla prima stesura del Manoscritto trovato a Saragozza, universalmente riconosciuto come il primo romanzo moderno, prodromo alla letteratura europea del XIX e XX secolo, nemmeno Joyce poté fare a meno di darci una letta. Colmo di rivoluzione tornò nell’afflitta patria polacca per propagarla tra le masse asservite alla gleba, ma fu cacciato e bandito dai suoi stessi contadini, forconi alla mano, che preferivano di gran lunga la servitù volontaria ai suoi discorsi in francese; tra le undici lingue che intanto aveva imparato a parlare e leggere correntemente non era compreso il polacco, di cui ricordava solo la manciata di parole apprese dalla frequentazione infantile con la servitù di casa. Sfuggito ai forconi della plebe e al dileggio dei suoi colleghi aristocratici trovò materno riparo, tipicamente elitario e europeo, nel dispotismo illuminato, nella fattispecie nell’imperatrice Caterina, prudentemente Potocki non aveva mai dismesso la carica di senatore dell’impero russo. Intanto che metteva mano alla seconda, terza, quarta e infine quinta stesura del suo capolavoro saragozziano, svolse per conto dell’imperatrice delicate missioni di incaricato culturale e diplomatico in Cina, Caucaso, Turchia, Italia e Francia di cui ancora si conservano affascinanti quanto mendaci rapporti. Morì suicida per un’insopportabile depressione, si sparò un colpo usando come pallottola la fragola d’argento che ornava la sua teiera, aveva passato parecchio tempo all’ora del tè per limare la fragola fino a farle prendere la forma del proiettile. I suoi eredi passarono attivamente la loro vita a disconoscere il genitore, il suo lascito così schiettamente elitario li gettava in un tale imbarazzo che non rivendicarono mai i diritti per la sua immortale opera, in tal modo saccheggiata impunemente da non pochi autori popolari di gran successo. Così è.


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