La caduta delle élites

Gli ingegneri del caos lavorano sulla rabbia Deve essere il giornalismo a inchiodarli

Giuliano Da Empoli, scrittore, ex consigliere politico di Matteo Renzi e presidente del think tank Volta, vive e lavora a Parigi dove è nato nel 1973. E’ l’autore di una ventina di saggi. Il suo prossimo libro, Les ingeniers du Chaos, uscirà in Francia il 20 marzo presso JC Lattès e, nella versione italiana, l’ultima settimana di aprile da Marsilio.

Giuliano Da Empoli, lei ha studiato gli spin-doctors, gli ideologi ed altri esperti di Big Data della galassia populista. Al di là dei differenti contesti nazionali, cosa hanno in comune questi “ingegneri del caos”?

«Stanno inventando una nuova politica nella quale il potere si prende addizionando le collere, senza preoccuparsi più di tanto della coerenza del messaggio. È la traduzione politica di Facebook. Se i social network propongono qualunque genere di contenuto, vero o falso, innocuo o incendiario, per trattenere l’utente un po’ più a lungo sulla piattaforma, gli ingegneri del caos fanno lo stesso adottando qualunque posizione, ragionevole o assurda, purché intercetti le pulsioni degli elettori».

Steve Bannon, che lei ha incontrato a lungo, sembra essere il più strutturato degli “ingegneri del caos” ed ora, con la sua fondazione Movement, è sbarcato in Europa, ma quanto peso ha nell’elaborazione dei partiti sovranisti?

«Bannon ha avuto un ruolo essenziale nell’elezione di Donald Trump perché è stato il primo a integrare in modo strategico i diversi ingredienti che hanno portato alla conquista della Casa Bianca: il risentimento della White Working Class; l’ostilità verso il basso, gli immigrati, e verso l’alto, le élites globali; il ruolo di Facebook e di una campagna mirata su Internet. In Europa molti parlano con lui, a partire da Matteo Salvini e, come si è scoperto di recente, Davide Casaleggio, ma penso che nessuno sia disposto a riconoscergli il ruolo di regista che lui vorrebbe per sé».

Quali sono gli antidoti rispetto a questi “pifferai magici” che, come nel caso inglese, rischiano di condurci nel baratro?

«Per ora nessuno ha trovato antidoti. Mi sembra rilevante il ruolo di una stampa che abbia il coraggio di non fare da megafono, ma di inchiodare questi personaggi alle loro responsabilità, confrontandoli alla realtà dei fatti, come ha fatto pochi giorni fa una giornalista della tv irlandese con Nigel Farage. In Italia succede troppo poco».

Lei è stato consigliere politico di Matteo Renzi, avversario e bersaglio di tutti i sovranisti. Dove si è rotto il rapporto con gli elettori? Come si può passare dal 40 per cento delle ultime europee a meno della metà?

«Da una parte, come abbiamo visto, c’è una tendenza globale che premia i sovranisti un po’ dappertutto. Dall’altra penso che a partire dalla sconfitta del referendum non ci sia più stata la capacità di guardare avanti. Così la rivendicazione del lavoro fatto, che pure era giusta, è diventata una specie di difesa dell’esistente e alcuni hanno avuto gioco facile nel caricare sulle spalle di Renzi la responsabilità di tutti i mali dell’Italia».

In Francia è in corso la rivolta più emblematica: quella dei gilet gialli? Come si tradurrà nelle elezioni europee di maggio? Sarà una vittoria dei due opposti partiti sovranisti, estrema destra di Marine Le Pen ed estrema sinistra di Mélenchon?

«Per ora i gilet gialli stanno polarizzando la scena politica francese: cresce l’estrema destra della Le Pen da una parte, mentre dall’altra sta riprendendo quota Macron in funzione di argine al caos».

Il suo prossimo libro sarà un romanzo giallo a sfondo politico. In Francia Michel Houellebecq, con “Serotonina”, sembra aver previsto la rivolta dei gilets gialli. Sarà la letteratura a salvarci?

«In tempi di crisi, la letteratura offre spesso chiavi di lettura della realtà più efficaci della saggistica. La migliore descrizione dell’Italia non si trova in un saggio, ma in un romanzo uscito da poco, Il censimento dei radical-chic di Giacomo Papi, che ha un brutto titolo ma merita davvero di essere letto».

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