La caduta delle élites

“Eravamo al verde e lei pensava solo alle vacanze”

Vogliono venire tutti a New York» disse malinconicamente, senza dire a chi si riferiva, anche se era abbastanza chiaro. «Questa città è quello che una volta era Parigi. Non importa chi sono nel loro paese, a un certo punto incomincia a rodergli l’idea che magari a New York alla gente non frega niente di chi sono.

«Non può capire - continuò Ruskin - quel che succede nel mondo se non va in quei posti lì: Gedda, Kuwait, Dubai... Sa quel che vogliono fare laggiù? Vogliono costruire grattacieli di cristallo per essere come New York. Gli architetti gli dicono che sono pazzi. Un palazzo di cristallo in un clima così... dovranno far andare l’aria

condizionata ventiquattro ore al giorno. Costerà una fortuna. Loro si stringono nelle spalle e basta. E allora? Se ne stanno seduti sopra tutto il carburante del mondo».

Ruskin ridacchiò tra sé. «Adesso le spiego cosa intendo io per prendere decisioni. Si ricorda la crisi energetica, al principio degli anni Settanta? È così che la chiamavano, la “crisi energetica”. La cosa migliore che mi è successa. Così, all’improvviso, tutti parlavano del Medio Oriente e degli arabi. Una sera ero a cena con Willi Nordhoff, e lui si mette a parlare della religione musulmana, dell’islam, e di come ogni musulmano vuole andare alla Mecca prima di morire. “Ogni musulmano di kazzo vuol andare là”. Lui ci metteva sempre un sacco di parolacce nel discorso, perché pensava così di parlare un inglese più disinvolto e fluente. Be’, appena lo ha detto, mi si è accesa una lampadina nella testa. Proprio così. Be’, avevo quasi ses­sant’anni allora, ed ero assolutamente al verde. La borsa era in malora in quel momento, e io non avevo fatto altro da vent’anni che comprare e vendere titoli. Avevo un appartamento a Park Avenue, una casa in Eaton Square a Londra, e una fattoria ad Amenia, New York, ma ero rovinato, e disperato, quando mi si è accesa quella lampadina sopra la testa.

«E così chiedo a Willi. “Willi” dico, “quanti musulmani ci sono?” e lui mi dice: “Io non lo so. Milioni. Dezine di milioni, zentinaia di milioni”. Così io prendo la mia decisione: subito, lì per lì. Entro nel ramo dei charter. Ogni musulmano di kazzo vuol andare là, e io ce lo porterò. E così vendo la casa di Londra e la fattoria di Amenia per fare un po’ di liquido, noleggio i miei primi aeroplani, tre Electra in cattive condizioni. Mia moglie - parlo della mia ex moglie - non riusciva a pen­sare ad altro se non a dove si andava quell’estate se non potevamo andare ad Amenia e neanche a Londra. È stato il suo unico commento sulla situazione.»

Ruskin si andava gonfiando lungo il suo racconto. Ordinò del vino rosso, un vino robusto che appiccò un delizioso incendio nello stomaco di Fallow. Pareva che Ruskin avesse partecipato di persona a molti dei primi voli alla Mecca, fingendo di essere un uomo dell’equipaggio. Agenti turistici arabi avevano setacciato i più remoti villaggi, persuadendo gli indigeni a pagarsi un biglietto d’aereo spremendolo dalle loro magre proprietà al fine di compiere il magico pellegrinaggio alla Mecca in poche ore invece che in trenta o quaranta giorni. Moltissimi non avevano mai levato gli occhi su di un aeroplano. Arrivavano agli aeroporti con agnelli, pecore, capre e polli vivi. Nessuna forza al mondo avrebbe potuto farli separare dai loro animali al momento di salire sull’aereo. Si rendevano conto che il volo era breve, ma che cibo avrebbero potuto mangiare una volta arrivati alla Mecca? Così il bestiame saliva in cabina insieme ai proprietari, belando, chiocciando, urinando, defecando a piacere. Fogli di plastica vennero stesi nelle cabine a coprire i posti a sedere e i pavimenti. Così uomo e bestia viaggiavano per La Mecca stinco contro stinco, nomadi volanti su un deserto di plastica. Alcuni passeggeri predispone vano immediatamente fascine nelle corsie e accendere il fuoco per il pasto. Uno dei compiti più pressanti degli uomini di equipaggio era quello di scoraggiare tale pratica. Al solo ricordo Ruskin si abbandonò a una grande risata densa di muco che saliva dal profondo della gola.

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