La caduta delle élites

Dal “Grande Burattinaio” ai poteri forti: così l’élite è diventata il nemico

Elite è una parola relativamente giovane. Ha un etimo francese, indica qualcuno che è stato scelto oppure eletto, e nell’Esagono la si usa dalla seconda metà del Settecento. Una definizione azzeccata si deve all’economista Vilfredo Pareto, per il quale il termine raccoglie «gli individui più capaci in ogni ramo dell’attività umana che, in una determinata società, sono in lotta contro la massa dei meno capaci e sono preparati per conquistare una posizione direttiva». Élite è oggi un lemma centrale nel linguaggio dei capitani sovranisti in tutto il pianeta e rappresenta un bersaglio mai ben identificato sui cui tirare ad alzo zero, come un tempo accadeva per “i poteri forti”. Poiché in realtà essa esprime un’ampiezza, ma anche niente, è diventata bandiera parecchio sventolata per i movimenti politici che si dicono innovativi. Come se l’élite fosse la vera causa di ogni problema. Come se la sua abolizione potesse davvero risolverli.

È marchiata a fuoco nel cuore dei movimenti sovranisti l’esigenza di affermarsi trovando un nemico - meglio se inesistente - e aggredendolo frontalmente per dimostrarsi forti e ricavare consenso. Silvio Berlusconi, il primo dei populisti italiani della nuova generazione, conquistò il sostegno degli elettori annunciando che si sarebbe opposto ai comunisti, categoria che già allora era schierata da qualche parte fra l’inesistente e lo scomparso. Un classico della Lega, ma anche degli estremismi di ogni latitudine politica, sono stati i “poteri forti”, non identificati in nessuna circostanza. Poi l’Europa, mostro “non eletto” utile per tutte le polemiche, da Renzi a Salvini, per Tap, Tav e Tax.

Adesso l’avversario sono le élite, che trovi stigmatizzate da Di Maio dopo il festival di Sanremo, da Steve Bannon quando parla di flat tax, da una parte della sinistra che si autofustiga («Siamo diventati un partito di élite») e persino da Andrea Camilleri che le considera il Grande Burattinaio pure della Cultura.

Così “élite” ha assunto le forme della parolaccia che non era, snaturata per esigenze multimediali. Non più quelli bravi, che hanno studiato e devono dare il loro contributo al benessere collettivo controllato dalla politica, questa sì eletta, per far girare le ruote dello Stato. Macché. I professori, gli ingegneri, gli economisti, gli scienziati, i dottori, naturalmente i giornalisti, sono diventati gli gnomi corrotti che macchinano contro i cittadini per succhiare loro il sangue. L’utile nemico di cui nessuno prende davvero le parti. Chi difende i funzionari europei? O quelli di Bankitalia? In cosa sono diversi da chi fa lo stesso mestiere con le stesse qualifiche e le medesime responsabilità?

L’establishment o la classe dirigente, per chiamare la stessa cosa con nomi diversi, di responsabilità ne ha da vendere. Tuttavia generalizzare è limitativo. Ci sono persone col cartellino del prezzo e altre senza. La politica che contesta l’élite in genere preferisce i primi, anche se poi giura che “uno vale uno”. Falso. Gli uomini sono uguali ma per le ragioni più svariate alcuni sono più utili alla società di altri. C’è bisogno di una élite. Di uno che trapianti i cuori, e sia ben remunerato per questo, come di un giurista a Bruxelles che difenda la nostra privacy dalle ambizioni di Facebook e di tutti gli aspiranti grandi fratelli.

Perfetto sarà il mondo in cui la politica prometterà ricompense a chi saprà fare meglio il proprio mestiere e aiuterà chi, nonostante l’impegno, non ce l’ha fatta, punendo invece gli scansafatiche. Perfetto non è il nostro, in cui un politico punta il dito contro un “nemico”, spaventa la gente e incassa voti per diventare lui stesso parte del sistema che diceva di combattere. A far così si indebolisce tutto, passa la voglia di combattere a troppi, proprio mentre c’è bisogno di sfidare le crisi e le difficoltà con impegno ancora maggiore.

I migliori sono necessari, gli altri non vanno dimenticati. Perché se i migliori faranno ciò che devono e viene loro chiesto, gli altri staranno meglio. Costa fatica. Ma è il solo modo per battere le diseguaglianze che trovano sempre nelle maglie della cattiva politica e nelle menti vuote dei fannulloni in cerca di alibi il letame per concimarsi in parole vuote e drammaticamente inutili.

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