Il popolo sovrano

Metti un Casaleggio tra Rousseau e Gengis Khan

Il 2 agosto del 2017, parlando nella sede della Stampa estera a Roma, Davide Casaleggio si lasciò un po’ andare: «Oggi abbiamo 140 mila iscritti sulla piattaforma Rousseau e l’obiettivo è riuscire ad arrivare a un milione di iscritti entro il prossimo anno». La stessa cosa sostenne in una lettera celebrativa che inviò al Washington Post e fu pubblicata nel marzo 2018: «Il nostro obiettivo vola alto: vogliamo ottenere un milione di iscritti». Un anno e mezzo dopo, i fatti, per quanto odiosi possano sembrare nell’età degli «alternative facts», sono questi: gli iscritti a Rousseau sono scesi del 30 per cento, oggi sono centomila. Nel fondamentale voto che doveva decidere sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, hanno votato 52.417 iscritti. Non una cifra esaltante, ma nemmeno disprezzabile, come fanno, sbagliando, in tanti.

Il problema della “democrazia diretta” di Rousseau non è che votano in pochi, è che il voto non viene quasi mai certificato da nessun ente terzo. Fu certificato solo due volte (e non, per dire, nel caso del voto su Salvini). Di solito, perché sia anche soltanto evocabile il concetto di “democrazia diretta”, sono necessari almeno tre requisiti: la sicurezza, la segretezza e l’intangibilità del voto. È per questo che esistono aziende terze che certificano processi elettronici, perché senza un’azienda terza potrebbe esser accaduta, in teoria, qualunque cosa sui computer privati, di un’associazione privata, presieduta tra l’altro dallo stesso soggetto che presiede anche un’azienda privata attiva nel mercato del web marketing. Più che democrazia diretta, o eterodiretta, l’apoteosi di un conflitto d’interessi in cui alla pubblica opinione non è dato controllare nulla.

Era nata per questo, la grandiosa narrazione della democrazia diretta di Gianroberto Casaleggio? Rousseau, fin da subito, è apparsa affetta da due gigantesche sfere di problemi. La prima riguarda un problema giuridico, politico, costituzionale: davvero è giusto - e legittimo - che i cittadini si esprimano su tutto, su cose che non conoscono, saltando corpi intermedi rappresentativi? Su questo Davide Casaleggio è arrivato a teorizzazioni anche più ardite di quelle del padre, che era uomo di visioni, più che manager, mentre il figlio è prevalentemente un manager interessato a fare business. Casaleggio junior si spinse a dire, al suo intervistatore Mario Giordano, che «tra qualche lustro è possibile» che il Parlamento non sia più necessario. La cosa può far sorridere o, come qui si pensa, va invece presa sul serio, e dunque diventa preoccupante.

Preoccupante - e veniamo alla seconda sfera di problemi di Rousseau - perché poi la piattaforma di Casaleggio ha mostrato una imbarazzante vulnerabilità informatica, e una sciatteria realizzativa nella scrittura del codice tale da rendere quasi grottesca la pretesa - sempre negata, ma mai in maniera convincente dai grillini - di voler «importare» Rousseau nella sfera pubblica, nell’amministrazione dello Stato italiano.

La vulnerabilità informatica è palese: due hacker hanno violato in (almeno) tre occasioni il sito (che non è, come spesso preteso dal M5S, un sistema operativo). Uno dei due voleva solo aiutare a fissare delle falle informatiche: per tutta ricompensa è stato denunciato e ora rischia di andare a processo (si chiama Luigi Gubello). La cosa ha fatto infuriare la comunità informatica, che da sempre intende la partecipazione anche come possibiltà di partecipare al processo di sistemazione dei codici. Dell’altro hacker, «Rogue0», non si conosce l’identità, ma le sue due intrusioni (2017 e 2018) hanno portato all’apertura di un’inchiesta dell’Authority italiana per la protezione dei dati. Casaleggio jr e Grillo, come responsabili dei dati, hanno ricevuto una multa di 32 mila euro ciascuno. Nelle carte dell’Authority si scrive anche di una «potenziale» profilazione degli iscritti. Il che ha legittimato tante domande: come usa i dati Casaleggio? La risposta a queste, che sono le vere domande sul Movimento Cinque Stelle, è sempre stata il silenzio, o un laconico «tutte le indicazioni del garante sono state recepite».

Fare propaganda sulla “democrazia diretta”, la partecipazione, la trasparenza, implicherebbe un coinvolgimento attivo non solo dei votanti e degli iscritti, ma anche degli informatici, nel miglioramento della piattaforma: cosa che Casaleggio non ha mai voluto, mantenendo per sé il contrario della democrazia diretta, un controllo verticale sul suo sito. Il codice informatico che supporta il sistema web non è open-source. Altri partiti nati sul concetto di democrazia diretta, come il Partito dei pirati in Germania, hanno consentito agli sviluppatori di siti web e a volontari esterni di effettuare verifiche ed evidenziare problemi. Nella comunità tech questo è considerato il minimo degli standard di democrazia. Il risultato è che il codice di Rousseau, per dirla con Stefano Zanero, professore di cybersecurity al Politecnico di Milano, «è scritto coi piedi».

Che la piattaforma sia spesso in tilt nelle occasioni in cui si vota (compresa quella su Salvini), sia stata hackerata ripetutamente in modo grave, e sia esposta anche solo ad attacchi DDoS, stride poi con i costi, di Rousseau: la democrazia diretta di Casaleggio è costosissima, secondo il nuovo statuto gli eletti M5S sono tenuti a versare 300 euro ciascuno all’Associazione Rousseau, cioè a Casaleggio jr. La senatrice Elena Fattori ha accusato che da marzo 2018 è andato a Rousseau un milione di euro: «Ad oggi non è dato di avere né una fattura o una ricevuta del versamento né un rendiconto puntuale di come sono stati impiegati questi soldi. Almeno dovrebbe funzionare come un orologio svizzero. Non riesco neanche a connettermi».

Davide Casaleggio va in giro a fare lezioni di tecnologia, informatica, blockchain (altro mito totalmente da sfatare, che meriterebbe una trattazione a parte). Sarebbe forse meglio, per cominciare da qualcuno di questi tanti problemi, che i gestori si impegnassero su Rousseau almeno a rivolgere dei quesiti neutri agli iscritti, quando si vota. Molti ritengono che non lo siano, basti pensare solo all’ultimo quesito, davvero orwelliano, su Salvini, ridicolizzato persino da Beppe Grillo: si votava no per dire sì, e sì per dire no. Altro che il bispensiero di 1984. O come quando, per decidere la prima, storica alleanza con l’ultradestra britannica, sul blog si poteva scegliere solo se votare Nigel Farage, o astenersi. L’opzione Verdi non fu neanche offerta al voto. Gianroberto Casaleggio celebrava il potere orizzontale delle reti, ma poi scriveva l’elogio di Gengis Khan (apocrifo) e la pratica di uccidere i suoi generali a caso come mezzo efficace di mantenere i subordinati e gli intermediari sulle loro dita. Khan, lui scrisse, «divenne il più grande conquistatore nella storia con l’applicazione di tecniche e principi che oggi sono necessari per competere in rete». Non era, il vecchio Gengis, un amante della democrazia dal basso.


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