Il popolo sovrano

In ostaggio tra i sapientoni e i populisti

Un punto sintomatico è la crisi della rappresentanza. Non è un tema nuovo, attraversa la nostra vita politica da cinquant’anni. Ma non è mai parso così forte, perché c’è un sentimento dominante all’interno di una parte crescente della popolazione, comprese le classi medie integrate, e cioè che siamo mal rappresentati, anzi non lo siamo più. Si ha la sensazione che i governi non rappresentino che interessi particolari, quelli delle categorie più ricche della popolazione. Questo sentimento si presenta sempre più come un’evidenza, quella di una negazione di una rappresentanza che confina con il tradimento e che suscita forme di collera nei confronti dei dirigenti.

C’è tuttavia un fenomeno nuovo ed è l’avversione sempre più profonda nei confronti dell’idea stessa di rappresentanza. Un numero crescente di cittadini considera di non volere più essere rappresentati. Che la loro situazione è così particolare che nessuno, e soprattutto nessuno che non la condivida, possa legittimamente parlare nel loro nome. Oggi con i gilet gialli, questa non è più un’opzione possibile. Ed è questo che ha condotto a pensare che il referendum di iniziativa civica costituirebbe l’alfa e l’omega per sbarazzarsi della rappresentanza e aprire la strada alla democrazia diretta. Di che cosa è il nome questo movimento? E perché oggi si deve mettere nel conto la possibilità di un crollo delle nostre istituzioni democratiche?

Con i gilet gialli assistiamo alla riattivazione di un antico conflitto tra due concezioni della democrazia. Da una parte una visione elitaria, che limita la sovranità del popolo alla semplice designazione dei governanti, interamente fondata sulle elezioni; nell’intervallo tra due elezioni i cittadini scompaiono dallo spazio dallo spazio politico legittimo e dal processo di di decisione. Dall’altra parte una visione più ambiziosa della democrazia consiste a pensare che il rappresentante non può semplicemente e puramente sostituirsi al rappresentato; il popolo può interpellare il potere e contribuire la processo decisionale.

È un conflitto al quale abbiamo assistito dalla Rivoluzione francese, con i sans-culottes contro l’Assemblea, prima che la concezione di un popolo passivo non finisse per imporsi, almeno fino agli anni 1990. Nella Fine della storia e l’ultimo uomo, pubblicato nel 1992, Francis Fukuyama riteneva che non vi fossero alternative al mercato e alla democrazia liberale rappresentativa. Questo problema, che sembra dunque risolto, riemerge oggi con un’intensità fortissima, con della gente che dice: “non siamo in democrazia”. Se non possiamo avere alcuna influenza sulle decisioni che vengono prese al di fuori delle elezioni, non siamo in democrazia.

Ma un altro dibattito viene oggi a sovrapporsi a questi antichi conflitti, un dibattito tra due modelli politici che si affrontano rivendicandosi entrambi come democratici. Da una parte una visione elitaria, “epistocratica” della democrazia che si dichiara fondata sul sapere, sulla competenza, su una capacità di controllo superiore della comprensione delle leggi del mondo che pretende di imporre una forma della parola che esclude ogni dibattito e ogni conflitto. Una “epistocrazia” elettiva - ricordiamo che élite ed elezioni hanno la stessa radice - che si dimostra oggi sempre più chiusa a ogni forma di contestazione. Dall’altra parte una visione populista della democrazia tende a idealizzare il popolo e tenta di liberare una volontà popolare ritenuta necessariamente buona, necessariamente omogenea, capace anch’essa di eliminare l’idea del conflitto.

Queste due visioni radicali stanno schiacciando oggi la democrazia, mentre scompaiono gli spazi intermedi di rappresentazione, respinti dagli uni e dagli altri: sindacati, partiti politici, associazioni popolari, eletti locali cioè quelle forme che dovrebbe costituire un’interfaccia tra società civile e governo. C’è un autentico rischio di scomparsa di ogni forma di intermediazione, un rischio rafforzato dallo sviluppo dei social media la cui voce diventerebbe la voce del popolo.

Questa tensione è pericolosa perché può condurre a un crollo democratico. Già si vedono numerosi paesi cadere come tessere del domino verso l’autoritarismo. Un autoritarismo che può avere forme diverse. E la storia ci ha insegnato che ahimè è molto più facile precipitare in un regime autoritario che rilanciare la democrazia. Il peggio è quasi sempre sicuro.

*Blondiaux, politologo, insegna alla Sorbona e dirige la rivista di Scienze sociali “Participations”. Il testo che pubblichiamo è tratto da una conversazione con Eric Fottorino e Julien Bisson, pubblicato sul numero 232 di Le1 hebdo.


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