Il popolo sovrano

Dall’applausometro al televoto l’illusione di contare qualcosa

Specchio d’Italia, sentina delle sue nequizie e palestra delle sue eccellenze, la televisione da sempre pratica l’idea ambiziosa della democrazia diretta. Anzi, è come se ne fosse la quintessenza. Lo dice la tv, quindi lo dice il popolo santificato nell’audience. Dall’applausometro al televoto, dalle luci accese per mostrare il gradimento ai like su Facebook, dalle piazze di «Campanile sera» a quelle dei talk show, dalle cartoline della Lotteria ai campanacci della Corrida e ai commenti sui social, il piccolo schermo è tutto un affannarsi per dare la parola, ancorché virtuale, ai suoi spettatori. Fu Pippo Baudo, alla metà degli Anni ’60 del ’900, la massima espressione di questa premonitrice aria «social», peraltro anticipata da Mike Bongiorno, Enzo Tortora ed Enza Sampò un decennio prima con quel «Campanile sera» che aveva il compito di far conoscere l’Italia agli italiani: successo talmente clamoroso che direttamente, democraticamente, fu costretto ad andare avanti. Poi, per l’appunto, venne Baudo con «Settevoci», dove l’applausometro ebbe la sua più compiuta applicazione. Era una gara tra cantanti, giudicati tramite l’intensità dei consensi in studio. Intanto, sempre i cantanti, nelle varie edizioni di «Canzonissima», che si chiamavano magari «Scala reale» o «Partitissima», ma quello erano, una gara musicale, venivano valutati da un altro bell’antesignano del televoto, e cioè le famose cartoline della Lotteria, prima di Capodanno, poi Italia. Il sabato sera della tv era il momento più importante della settimana, non esisteva ancora l’Auditel ma i rilevamenti si facevano ugualmente e dimostravano come stessero davanti alla tv quei venti milioni di spettatori che la loro rilevanza l’avevano. Il consenso. E il consenso si sviluppava anche attraverso le canzoni, e alle cartoline inviate per scegliere le preferite. Le cartoline servivano a partecipare all’estrazione dei premi in denaro della riffa di Stato, il primo premio essendo CENTOCINQUANTA MILIONI, come scandivano i presentatori. Poi indicavano il vincitore, e anche all’epoca i problemi non mancavano: come periodicamente sbocciano le accuse sulle preferenze del televoto, sbocciavano anche, niente di nuovo sotto il sole, quelle sull’acquisto, fisico, delle schede da inviare. Chi più investiva, più ne mandava, e tanti saluti alla democrazia diretta. Questione di soldi, come sempre, come spesso.

Poi: e la luce fu. Estate 1978, regista il mitico Turchetti del Rischiatutto («Fiato alle trombe, Turchetti»), conduttori Claudio Lippi, Luciano De Crescenzo e Ines Pellegrini: per il varietà «Mille e una luce», considerato il primo veramente interattivo nella storia della tv italiana, Rai e Enel fanno un accordo. Il pubblico da casa può votare i cantanti in gara accendendo e spegnendo le luci a richiesta del conduttore. Lo sbalzo di tensione elettrica misura il gradimento. Curiosità: la sigla finale era cantata da Mina, «Ancora ancora ancora», e girata alla Bussola. Fu la sua ultima apparizione televisiva. Dopo, metà Anni Ottanta, Corrida di Corrado: era il pubblico a decidere il destino dei concorrenti, scuotendo campanacci o applaudendo con fragore.

Di sicuro: ogni sistema di voto televisivo, ogni interazione, ogni televoto ha sempre diviso le stesse piazze che lo esprimevano. C’è sempre qualche problema di rilevazione, qualche possibilità di imbroglio. Prenderla alla leggera pare impossibile, per via di tutto il commercio che gira intorno. Pensate quanto il televoto coinvolge i gestori telefonici, più si usa, più si movimentano i ricavi. E più si alimenta l’illusione di contare qualcosa, noi del pubblico.

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