Il popolo sovrano

Dall’Agorà ai caucuses la democrazia è una faticosa tela

La democrazia diretta l’ho vista in azione in Iowa, ai caucuses, le assemblee che eleggono i delegati alle primarie presidenziali americane, una palestra, una casa privata, una scuola e la gente che si divide agli angoli, votando nomi poi storici “Sotto la finestra per Bush...”, “Accanto al basket per la Clinton...”, “Vicino alla cattedra chi vota Trump...”. È la democrazia delle riunioni “Town hall”, locali, ritratta dal pittore Norman Rockwell negli Anni 40 e 50, con l’operaio che si leva il cappello e, fattosi coraggio, parla ai vicini di casa riuniti in assemblea. È Mr Smith va a Washington , il film inno alla democrazia girato da Frank Capra nel 1939, quando la democrazia era in agonia, con James Stewart eroe-cittadino in rivolta contro business e politica. Democrazia diretta era anche Proposition 13, la proposta di legge popolare in California che lanciò la rivoluzione anti tasse del presidente Reagan, ammirata dal fondatore della Lega Nord, Senatur Umberto Bossi.

L’avevo già vista, in realtà, la democrazia diretta dei “caucuses”, parola magica che qualcuno fa derivare dal termine degli indiani Algonchini per “consigli”, altri dai vecchi club politici anglosassoni, e l’avevo vista ben lontano dall’Iowa, al mio liceo a Palermo, il “Giovanni Meli”, frequentato da mio padre e che ha avuto tra i direttori del giornale studentesco, Agorà, il futuro magistrato Paolo Borsellino. Che il giornale dei riottosi “melini”, ben prima delle rivolte 1968 e 1977, quando si andava a scuola con le giacche e le cravatte smesse dai padri o con gli austeri grembiuli neri stirati dalla mamma, evocasse nella testata il foro dove le città stato greche decidevano su pace e guerra, chiarisce subito che tipo di gente c’era in quelle classi, pronta a dibattere fino a tarda sera (oggi la pagina Facebook del Meli rilancia online la stessa tradizione). Se ho sempre amato la democrazia, e ancora la difendo da chi, come il professor Canfora, la disprezza come “ideologia”, come il filosofo Zizek la svende da trucco padronale e infine da chi, come i fascistelli da talk show italiano 2019 camuffati da “sovranisti”, gioca

all’eversione, è proprio grazie alle assemblee, Agorà, del liceo. Vidi ragazze prendere la parola per raccontarci di Franca Viola, la fanciulla che aveva detto no alle nozze riparatrici con lo stupratore, ad Alcamo. C’erano insieme i figli di un edile, di un vinaio, di un ferroviere, ragazzi con i genitori poliziotti, giornalisti, impiegati, che ragionavano accalorandosi di baraccati dopo il terremoto del Belice 1968, Vietnam, disoccupazione.

Ma nella palestra Agorà vidi già, quel che poi avrei riconosciuto in grandi elezioni politiche mondiali: il mito e la passione per la “democrazia diretta”, nel volgere di un rauco intervento al microfono fischiante, può scadere in demagogia e violenza, capaci allora di degradare i movimenti, nel ’68 in violenza, nel ’77 in terrorismo. Come osserva lo studioso dell’Università di Essex Ian Budge, basta poco perché l’emozione della “democrazia diretta” venga sequestrata dalla demagogia che incanala i bisogni popolari verso i propri interessi. L’idea di ispirazione mazziniana che “Quando il popolo si desta Dio si mette alla sua testa” consegna il povero Socrate alla cicuta, guida ribellioni precarie alla Masaniello, porta la plebe napoletana nel 1799 a impiccare chi voleva liberarla e incensare chi la tenne schiava, guida la Tecnica del colpo di stato fascista descritta da Curzio Malaparte nel suo miglior libro (Adelphi) e per le strade di San Pietroburgo 1917 tagliava le speranze alle riforme russe aprendo la strada a Stalin, che sempre si atteggiò a membro dei soviet, nemico di ogni mediazione.

Il disprezzo per la mediazione, il compromesso, la faticosa tela di negoziati della democrazia è il nerbo del marketing populista “Democrazia Diretta”. Nel capolavoro del 1909 I vecchi e i giovani Luigi Pirandello anticipa l’idea che democrazia sia il passato e totalitarismo il futuro, intonata poi nei versi fascisti Giovinezza, Giovinezza. La democrazia diretta dei cantoni svizzeri, come in Iowa, ancora desta ammirazione, ma le manciate di voti giocate ai dadi con algoritmi clandestini, i movimenti minori che dicono NO! a ferrovie, ponti, infrastrutture, vaccini, Ogm, ricerca, industrie, radar, senza confronto con la maggioranza, ci riportano ai cocci di terracotta dove si graffiava l’ostracismo a Socrate. Senza controlli, filtri, contrappesi il “Popolo Sovrano” sarà in fretta preda di demagoghi infidi, che invece di incidere la mala fede sull’argilla, la rilanciano con l’infinita potenza del silicio sul web.

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