Sesso maleducati a scuola

Sull’Aids pubblicità regresso: giovani meno informati più contagiati

Aids, oggi non esiste ancora una cura. Aids, rapporti sessuali con persone infette. Aids, se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide. Sono i primi slogan delle campagne pubblicitarie in Italia contro la diffusione dell’Hiv. Nel 1987, la prima in Gran Bretagna. Il messaggio era semplice: Aids, don’t die of ignorance, non morire di ignoranza. Il concetto, in entrambi i casi, era positivo: se si muore è solo per ignoranza. Esplicito l’invito ad usare il preservativo e a non scambiare siringhe. Le campagne risultano efficaci. Tra l’88 e il ’95 praticamente tutti gli italiani prendono consapevolezza della “nuova” malattia. Secondo dati del ministero della Salute il 99 per cento della popolazione sa cos’è, il 64 per cento la considera il contagio più rischioso, oltre la metà pensa che si trasmetta per via sessuale, un terzo con lo scambio di sangue. E, molto significativo, il 60 per cento sa che si deve usare il preservativo nei rapporti occasionali.

Il tema dell’Aids diventa uno dei soggetti più disputati tra i creativi del mondo intero. Quasi subito negli anni 90 comincia l’uso di testimonial famosi, dall’attore Kim Rossi Stuart a – lo scorso anno – un nuotatore come Filippo Magnini o la modella Alena Seredova. Lo slogan: “Se te ne fotti, l’Aids ti fotte”, per conto dell’Associazione nazionale della lotta contro l’Aids e il Comune di Milano. Nel 2013 il ministero della Salute aveva ingaggiato Raoul Bova: Uniti contro l’Aids si vince. Slogan davvero infelice perché astratto. Un po’ meglio nel 2011: Non abbassare la guardia, fai il test! Ma anche qui si resta piuttosto sull’esortativo astratto. Nel 2004 il rischio sembrava già attenuato in un’esortazione: “L’amore per noi stessi è il primo che ci protegge dall’Aids”, su un manifesto dove si intravedevano un uomo e una donna in atteggiamento affettuoso in una tenda canadese illuminata.

Molto più creative le campagne della Lila, la lega italiana per la lotta contro l’Aids: fermiamo l’Hiv, non le persone con l’Hiv! Testimonial “professionali” come una tata abbigliata da Mary Poppins, una cuoca come nonna Papera. Ma anche uomini politici di primo piano come Mario Monti, Pier Luigi Bersani, Silvio Berlusconi e persino Beppe Grillo: Voteresti per me se fossi sieropositivo?

Gli effetti? Nel 2005 tutta Europa si poteva considerare sufficientemente informata su come si trasmette il virus: il 94 per cento rispondeva in modo corretto ai questionari, minima la percentuale di disinformati. I punti deboli delle campagne che intanto si erano diffuse ovunque è sul come “non” si trasmette l’Hiv. Gli italiani che pensavano che l’Aids fosse trasmissibile con un bacio era comunque superiore a quelli che pensavano il contrario: il 32 per cento contro il 24. E il 39 per cento aveva dubbi. Nel resto dei paesi Ue le percentuali erano abbastanza diverse: il 40 per cento sapeva che baciarsi non comportava rischi di trasmissione e solo il 24 pensava il contrario. Anche sullo scambio di bicchieri le opinioni tra italiani ed europei erano significativamente diverse: 52 per cento contro 39.

La stagione delle grandi campagne contro l’Aids si è dispiegata nei primi anni di diffusione della malattia (1987-1995, circa) quando l’Hiv veniva era percepito come il flagello del secolo. Questa percezione è andata via via attenuandosi. Tra l’87 e il ’91 il riferimento esplicito all’atto sessuale era presente nel 55 per cento dei messaggi, tra il 2003 e il 2007 solo più nel 20, l’invito ad usare il preservativo fino al 1991 era presente nel 44 per cento dei messaggi, dopo il 2000 nel 6 per cento.

Perché? La gente si dimentica, emergenza scaccia emergenza. E oggi l’Aids come paura collettiva è in concorrenza con temi percepiti come più urgenti: il riscaldamento globale, il terrorismo, la crisi economica, altre crisi sanitarie – vere o presunte – che vengono presentate dei media in modo spesso fuorviante, come l’ ”aviaria” o “ebola”, o altre influenze stagionali.

L’impressione forte oggi è quella di un ritorno al passato, non ci sono più campagne istituzionali di informazione, l’assenza di programmi di educazione sessuale nelle scuole e la diffusione della pornografia online fa danni evidenti. L’atto sessuale è più precoce, ma la diffusione dei preservativi e il calo di attenzione produce un nuovo stigma sociale nei confronti dei sieropositivi. Nel 2017 sono state segnalate 3.443 nuove diagnosi di infezione da HIV pari a 5,7 nuovi casi per 100.000 residenti. L’incidenza maggiore di infezione è nella fascia di età 25-29 anni. La modalità di trasmissione principale tra le nuove diagnosi HIV è attraverso rapporti eterosessuali. E anche se il numero dei decessi rimane stabile, è il pregiudizio a fare più danni.

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