Sesso maleducati a scuola

Sentii delle mani che mi palpavano

Pronta a mettermi al riparo quando la mia sicurezza mi sembrava minacciata, mi soffermavo volentieri sui problemi nei quali non presentivo pericolo. Quello della nascita mi preoccupava poco. Al principio mi avevano raccontato che i genitori compravano i loro bambini; questo mondo era così vasto, così pieno di meraviglie sconosciute che poteva ben esserci un negozio di lattanti. A poco a poco quest’immagine svanì, e mi accontentati di una soluzione più vaga: “È Dio che crea i bambini”. Egli aveva fatto la terra dal caos, Adamo dal fango: niente di straordinario che facesse sorgere un lattante in una culla. Il ricorso alla volontà divina tranquillizzava la mia curiosità: all’ingrosso, essa spiegava tutto. Quanto ai particolari, mi dicevo che li avrei scoperti a poco a poco. Ciò che mi rendeva perplessa era la cura che mettevano i miei genitori nel nascondermi certe loro conversazioni: al mio avvicinarmi abbassavano la voce o ammutolivano. Allora, c’erano cose che avrei potuto comprendere ma che non dovevo sapere: quali? Perché me le nascondevano? La mamma aveva proibito a Louise di leggermi una delle favole di Madame de Ségur, perché mi avrebbe provocato incubi. Cosa gli succedeva a quel ragazzo vestito con pelli di animali che vedevo nelle figure? Invano le interrogavo, “Ourson” mi appariva come l’incarnazione stessa del segreto.

***

Un pomeriggio, al Lussemburgo, una ragazza grande, in tailleur verde mela, faceva saltare dei bambini alla corda; aveva le guance rosee, un riso scintillante e tenero. La sera dichiarai a mia sorella: “Io lo so che cos’è l’amore!” Avevo davvero intravisto qualcosa. Mio padre, mia madre mia sorella: quelli che amavo mi appartenevano. Presentii per la prima volta che può accadere di sentirsi toccare nel profondo da un raggio che viene dal di fuori.

***

C’era un punto sul quale la mia educazione mi aveva profondamente marcata: nonostante le mie letture, rimanevo un’oca bianca. Un giorno, avevo circa sedici anni, una zia mi condusse, con mia sorella, a vedere un film di viaggi alla Sala Pleyel. I posti a sedere erano tutti occupati, e dovemmo restare in piedi nel corridoio. Con sorpresa sentii delle mani che mi palpavano attraverso il mio mantello di panno; credetti che qualcuno volesse rubarmi la borsetta, e la tenni stretta sotto il braccio; le mani continuarono massaggiarmi, in modo assurdo. Non sapevo che dire né che fare: non osai fiatare. Terminato il film, un uomo dal cappello marrone mi indicò sogghignando a un amico che si mise a ridere anche lui. Mi prendevano in giro; perché? Non ci capii niente.

***

Andavo alle lezioni di ballo infagottata, i capelli scialbi, le guance e il naso lustri. Non sapevo fare nulla del mio corpo, nemmeno nuotare né andare in bicicletta; mi sentivo falsa come quella voltaiche m’ero esibita mascherata da spagnola. Ma la ragione per cui presi in odio quelle lezioni fu un’altra. Quando il mio cavaliere mi stringeva fra le braccia e mi serrava contro il suo petto, provavo un’impressione bizzarra, che somigliava a una smania di stomaco, ma che dimenticavo meno facilmente. Tornata a casa mi gettavo nella poltrona di cuoio, inebetita da un languore che non sapevo definire e che mi dava voglia di piangere. Presi a pretesto lo studio per sospendere quelle lezioni.

***

© Éditions Gallimard, Paris

Per la traduzione © 1960 e 1994 Giulio Einaudi editore, Torino

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


[Numero: 161]