Il grande fratello ce labbiamo in tasca

La libertà è schiavitù

In un vecchio film sovietico dell’epoca della perestroika, “Uccidere il drago”, tratto dalla ancora più vecchia commedia di epoca bellica di Evgheny Schwartz, dopo la caduta del drago – trasparente allusione a Hitler come a Stalin – il popolo si dà alla pazza gioia, saccheggiando e incendiando la città al grido di “Libertà! Evviva la libertà!”, prima di sottomettersi a un nuovo dittatore. Una fiaba cattiva che dopo la caduta del Muro è diventata realtà. Nelle società post totalitarie la libertà è associata a caos e anarchia, la sua antitesi non è la schiavitù bensì l’ordine. «La libertà è la necessità consapevole», ripeteva Lenin dietro a Engels, e aggiungeva una frase incisa a fuoco in generazioni: «Non si può essere liberi dalla società». Il comunismo dichiarava la “libertà borghese” fasulla, una schiavitù appena mascherata dal denaro e dal potere, il neoautoritarismo russo bolla la “cosidetta libertà europea” come una “degenerazione” sessuale e razziale orchestrata dai poteri globalisti, un’utopia inutile e anche dannosa, un paravento per nascondere trame sordide. Nel calore dell’unanimità della famiglia-partito-razza chi cerca la liberazione è emarginato e solo, e milioni di mutilati dai totalitarismi hanno restituito la libertà al mittente in libere elezioni, insieme all’inedito e insopportabile fardello della libertà di scelta, e della responsabilità personale. Chi cresce in schiavitù non sogna di liberarsi, la sua massima aspirazione è quella di prendere il posto dello schiavista.

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