Il grande fratello ce labbiamo in tasca

La guerra è pace

rovesciamolo, e mostrerà il suo lato più agghiacciante. Lo slogan “La guerra è pace” inciso sulla porta del “Ministero della Verità” e riproposto come un martello pneumatico durante le proiezioni del cinegiornale nel mondo allucinato di 1984 diventa ancora più insostenibile se, facendo leva sulla neutrale transitività del verbo essere, si scambia l’ordine dei due fattori: “La pace è guerra”. L’idea di conflitto permanente, teorizzato da George Orwell come chiave della sopravvivenza dei tre super-stati Oceania, Eurasia ed Estasia, in cui gli esseri umani si dibattono tra l’angoscia dello scontro, l’attesa apocalittica e un immobilismo coatto, non trova nessuna via d’uscita nella possibilità di una pacificazione. Perché la pace non è né l’obiettivo finale, né tantomeno il paradiso perduto da rievocare nei tempi tristi. È la desolazione perpetua, il contrappeso dialettico a una situazione che non prevede via d’uscita, è la spaurita assenza della morte. Una guerra che non produce perdite, se non fortuite o accidentali o al solo fine di non farne dimenticare la possibilità, sottrae alla pace la sua stessa ragion d’essere. Senza lo scuotimento prodotto dalla morte eroica - ma anche dalla diserzione, dal tradimento, dalla vendetta - , senza la devastazione del campo di battaglia o dei cumuli di macerie, nessun desiderio di pace è possibile. Ed è allora, in assenza di desiderio e di slancio vitale, che “la pace è guerra”. Costretti a vivere in una situazione di pace congelata, gli uomini e le donne di 1984 sono un perfetto esempio di disconnessione, chiamati a costruire strategie per non-guerre e non-battaglie e allo stesso tempo, in forza del bispensiero, a coltivare l’idea di una fanatica vittoria. Bombe e missili atomici galleggiano nei bollettini ma non squarciano mai i cieli: non vera guerra, non vera pace. E chi coltiva un ultimo residuo di umanità, prega perché un giorno, almeno, sia dato l’armistizio.

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